Gioacchino

Passi nell'ombra

(Racconto inedito)

 

 

Un grazie a coloro che sono stati….

E non sapevano di essere…

 

PREFAZIONE

Perché in un particolare momento della nostra vita proviamo la travolgente necessità di raccontarci?… Perché non è più sufficiente il pensiero, il ricordo, l'oblio?… Forse la nostra mente è talmente piena di passato, di presente, di immagini, sensazioni, emozioni che a volte desideriamo dimenticare,… ma che affiorano incessantemente… quasi a voler prendere il sopravvento su immagini presenti… quasi a ricordare che da quelle situazioni, stati d'animo o paranoie si è formato il tuo pensiero, si è forgiato il tuo "io".

Eliana Romano

 

 

 

CAPITOLO 1

Chissà perché in un momento in cui la tua vita sembra non trovare una svolta, in cui sei sovrastato da mille problemi, in cui non riesci a ritrovare te stesso… proprio allora affiora alla mente un ricordo, un accenno in un discorso per caso e ripensi alle tue radici, quelle radici che credevi di avere allontanato dalla tua mente perché sentivi non avessero segnato il tuo passaggio. Una famiglia patriarcale quella di mio padre, in un piccolo paese del Friuli; mio padre, Enzo, era l'ultimo di dieci figli e la vita lo aveva portato nel Veneto. All'età di diciannove anni, quasi ancora bambino, fu chiamato alle armi, c'era la guerra allora, si allontanò per la prima volta dal paese . Avrebbe dovuto combattere nella campagna di Russia, gli avevano già fatto le cure preventive e le iniezioni anticongelamento, improvvisamente lo inviarono con il Genio Pontieri in Africa. Algeri, Bengasi, Tobruk, Tunisi… Conobbe l'angoscia dell'allontanamento dalla famiglia per una meta tanto sconosciuta e per un destino così incerto. Conobbe per la prima volta il sapore della paura… i suoi racconti sui bombardamenti e sulle mitragliate indirizzate ai loro convogli sono tutt'oggi intrisi dell'angoscia e del tormento provato in quelle interminabili situazioni che ogni volta sembravano eterne. Conobbe la fatica dei continui spostamenti con mezzi di fortuna, che molto spesso li lasciavano appiedati lungo percorsi troppo in vista per poter trovare riparo dal pericolo dei bombardamenti. Per sdrammatizzare i racconti sui ricordi di quella tremenda guerra, narra che i soldati venivano raccolti e fatti salire su dei camion che trasportavano datteri. Affamati com'erano, approfittavano per farne delle grandi abbuffate con conseguenti ed inevitabili, a volte catastrofici disturbi intestinali. Conobbe il lancinante dolore per la perdita di cari compagni d'arma, compagni con cui fino a pochi minuti prima aveva condiviso la scorpacciata di datteri e attimi dopo, in seguito a mitragliate da parte degli "speedfire" che li avevano individuati, erano caduti sotto il fuoco, solo per aver scelto di mettersi al riparo scivolando giù dal camion da un lato anziché dall'altro. Mio padre si ritrovava salvo, con addosso il sangue dei vicini compagni, senza capire se egli stesso fosse stato ferito. Non oso immaginare lo stato d'animo di un ragazzo così giovane, che ancora non si era affacciato alla vita e già divenuto uomo all'insegna di tanta crudeltà umana. Dopo alcuni anni di varie peripezie, fu fatto prigioniero e portato in un campo di lavoro Inglese. Adorava giocare a calcio. Da bambino faceva parte della squadra del suo paese e già prometteva bene, si allenava di nascosto da suo padre che considerava tale sport, o comunque ogni svago che sottraesse attenzione al lavoro, una inutile perdita di tempo. Fu questa forse la sua vera fortuna! Nel campo Inglese venne organizzato un torneo di calcio in cui potevano partecipare anche i prigionieri. Mio padre non se lo fece ripetere e assunse il ruolo che gli era più congeniale, quello di portiere. Era l'unico Italiano in una squadra di Inglesi, ma per lui era importante solo la passione che lo spingeva a dare il meglio di se. Gli bastava poter toccare un pallone per dimenticare ogni amarezza. Ancor oggi, alla bella età di ottant'anni questa passione gli permette di sentirsi addosso la gioia di vivere. Fu un successo per quella squadra sconosciuta, ma soprattutto per lui che alla fine della competizione fu portato in trionfo dagli Inglesi stessi. Dopo alcuni giorni fu chiamato al cospetto del comandante del campo, che gli chiese se gli sarebbe piaciuto far ritorno in Italia… In qualche modo gli fece capire che le sue ottime prestazioni calcistiche sarebbero state ricompensate. Trascorsero ancora alcuni giorni e si sentì chiamare con l'altoparlante; fu invitato a raccogliere le sue poche cose perché sarebbe stato rimpatriato e imbarcato alla volta dell'Italia. Poco tempo per rendersi conto di ciò che gli stava accadendo, tutto avvenne così in fretta che non ebbe la possibilità di poter rivedere e ringraziare quel comandante, ma dentro di sé sapeva che questa svolta della sua vita era avvenuta grazie a quel gesto di gratitudine. Lo sbarco avvenne a Napoli dove raggiunse il suo comando. Da lì iniziò anche la sua storia di calciatore che lo portò dapprima a giocare ad Arezzo e poi nella squadra del Padova, città in cui ebbe l'opportunità di militare nel massimo campionato. Qui mise le sue radici, sposò Dina, una donna splendida sotto tutti gli aspetti, una donna di grande sensibilità e spirito umanitario. Dalla loro unione nacqui io e dopo 13 anni ebbi una sorellina. A Padova mio padre costruì la sua fortunata carriera calcistica come portiere di serie "A". Ciò gli valse notorietà e successo, ma questa è un'altra storia….

CAPITOLO 2

I nonni paterni vivevano in una grande fattoria tipicamente friulana che chiamerò "Fattoria del Sorriso", io ci andavo raramente, generalmente per le vacanze estive e magari mi trattenevo alcuni giorni per giocare con i cugini pressoché miei coetanei. Nel Veneto avevo pochi amici, quindi invidiavo molto il fatto che i miei cugini si potessero ritrovare quando volevano creando così un gruppo compatto ed affiatato, mentre io potevo vederli solamente poche volte l'anno; stavo davvero bene in loro compagnia….. Ricordo con tanta tenerezza il nonno paterno, Serafino, a cui mio padre ora somiglia molto. Ho ancora impressi nella memoria quegli occhietti grigi, ma profondi e vispi. Un uomo non molto alto, tutto d'un pezzo che sapeva imporsi e farsi rispettare dai figli anche con la cinghia dei calzoni all'occorrenza. Per noi bimbi aveva sempre un occhio di riguardo, tanto che mi è stato difficile credere quando, più adulta, sono venuta a conoscenza del fatto che usasse metodi così drastici per farsi ascoltare dai figli; d'altro canto erano tempi in cui certi metodi erano tollerati, erano quasi di rigore per mantenere una propria impronta dominante e per l'epoca, nemmeno discutibili. Lo ricordo con tenerezza perché con noi nipoti era scherzoso, allegro, spiritoso e sempre molto generoso; era un avvenimento quando la sera ci riuniva davanti al grande portone d'entrata nel cortile per dare a ciascuno di noi qualche soldo, il giusto per fare una passeggiata in paese alla gelateria artigianale del luogo, la prima che avevo visto nella mia vita, fino ad allora conoscevo solo gelati confezionati. Ancor oggi una delle mie cugine, Dolores, mi ricorda con allegria un aneddoto che allora la fece vergognare di avere una cugina cosi' sprovveduta; una sera il gelataio mi fece assaggiare un po' di gelato verde al pistacchio, gusto nuovo per l'epoca ed io dissi che d'accordo, era buono, ma volevo solo quello rosso… quello "maturo". Mi pareva che quei gelati avessero un sapore diverso da tutti quelli che già conoscevo… Vago ricordo di un donnone di nonna, Virginia, imponente non molto dolce, fiera ed austera in quel suo insostituibile abito nero, seduta sulla panchina in ferro smaltato color panna posta sotto il porticato della casa, intenta a tagliare l'erba per le oche con l'ausilio di un falcino affilato e con minuziosa precisione. Spesso la vedevo dirigersi verso il pollaio in muratura con in mano un grande catino ricolmo di un intruglio non meglio definito che serviva a sfamare una numerosa quantità di polli. La seguivo incuriosita, poi la vedevo entrare nel pollaio per uscirne con il grembiule legato in vita, arrotolato tra le mani a mo' di sacco e tutta fiera mi mostrava le grosse uova ancora calde, appena "sfornate" dalle riconoscenti galline. Ah! Che dolcezza nel ricordo di quell'immensa casa patriarcale con tante stanze in cui venivano ospitati figli, nuore, generi e nipoti… Nonno possedeva diversi campi che davano da vivere a molta gente del paese, oltre che ai suoi figli con le rispettive famiglie. Era inoltre il distributore ufficiale dell'energia elettrica del paese, aveva trebbie con cui lavorava anche per altri contadini, il mulino, una stalla piena di animali, mucche, cavalli… Ricordo che a cavallo si recava ad Udine quando non vi erano ancora comodi mezzi di locomozione. Nella fattoria vi era una cantina ben fornita in cui veniva conservato il vino prodotto, in enormi botti di legno, l'aroma forte e pungente proveniente da quei tini inebriava lo stanzone. L'unica persona della famiglia che non gradisce tale nettare è mio padre. Questo suscita ilarità qui nel Veneto, quando si sente che un Friulano è totalmente astemio di vini e liquori, tant'è che per scherzare gli dico spesso che forse da bambino deve averne abusato tanto da starne male. Forse con la sorella Maria avevano anche "sbevicchiato"… Lui e Maria ne devono aver combinate di marachelle!!! Maria era la sua complice; era lei che lo aiutava nelle fughe dal lavoro perché si recasse agli allenamenti di calcio, nonno affidava a loro due dei compiti ben precisi in modo che mio padre non potesse andare a giocare a calcio nel competto del paese. Maria si faceva carico anche del lavoro di mio padre purché nonno Serafino non si accorgesse della sua mancanza. Nello spazioso granaio dove i bachi da seta trovavano la giusta temperatura per crescere e svilupparsi in gran numero, zia Maria e mio padre si recavano spesso di nascosto per fumare una sigaretta in due, senza destare alcun sospetto. Quell'ambiente si adattava a molti utilizzi, serviva oltre che per deposito di grano, anche per tenere il fieno che al momento del pasto degli animali della stalla, veniva inforcato e gettato di sotto attraverso larghe feritoie posizionate sulle pareti. Quand'era il momento della raccolta del mais, nel granaio con allegria si radunavano in molti per separare le pannocchie dai "cartocci", nulla andava perduto, questi ultimi erano utilizzati per confezionare borse per la spesa molto resistenti che poi venivano colorate sapientemente e con fantasia. Noi nipoti utilizzavamo il granaio anche come sala giochi o salone delle feste quando diventammo più grandi, addobbandolo, per le feste di Capodanno o carnevale, con tutta la nostra creatività, ingegno e gioia di vivere. Abituata ad un appartamento in città, ero affascinata da quella casa inconsueta, di stampo completamente diverso; era posta su due piani e le stanze erano molto ampie per accogliere un maggior numero di letti. All'epoca fine 800, primi 900 le case, per quanto grandi fossero, erano sprovviste di servizi igienici. Il "bagno" per così dire, era al di fuori dell'abitazione e consisteva in un fabbricato in muratura, molto piccolo con una fessura squadrata che lasciava entrare aria e luce, situata nella parte alta della parete posteriore e uno scalino con un grosso e profondo foro al centro, che fungeva da toilette. Per lavarsi, ogni stanza era dotata di un ripiano in marmo con catino e brocca dell'acqua, mentre per poter fare il bagno, nel cortile era stato costruito, sempre in pietra, sotto la scala del granaio, uno stanzino, in cui era posizionata una tinozza sempre pronta che all'occorrenza veniva riempita di acqua calda. Vi erano quattro stanze da letto al piano superiore ed una al pianoterra sottostante. Un tinello con divani, tavolo e sedie, posto a pianoterra fungeva da studio per il nonno e lì venivano conservati tutti gli incartamenti relativi alla fattoria. Nella sala da pranzo, la tavola al centro della stanza poteva ospitare dieci persone e altrettante potevano essere accomodate nella grande cucina. Molto spesso la sera intorno al desco erano sedute dalle quindici alle venti persone; ricordo che al centro di ogni tavola veniva posto un enorme tagliere in legno con spianata una grande polenta cui tutti i commensali attingevano tagliandola con un filo sottile. Il profumo pungente e stuzzicante allo stesso tempo proveniente da quello stanzone a piano terra sempre chiuso rigorosamente a chiave che mi era concesso visitare solo al seguito di nonno o nonna mi aveva sempre attratto. Dietro quella porta si nascondevano scaffali interi pieni di quel saporitissimo formaggio "latteria" che si produceva in casa nelle vecchie fattorie friulane. Vi erano forme di vario tipo e dai colori diversi a seconda della ben calcolata stagionatura. E poi quel sottoscala, sempre chiuso a chiave che lasciava intravedere delle "cose" appese e polverose attraverso un oblò tondo in vetro retinato… in quel sottoscala… salumi odorosi delle varie spezie ben dosate penzolavano dal soffitto… Al mattino aleggiava nell'aria il profumo del caffè ancora fumante, misto a quello del latte munto la sera precedente e a quello pungente dello yogurt prodotto con i fermenti durante la notte… sapori, profumi di cose genuine perduti e mai più ritrovati… Nulla come un profumo può far aprire la porta dei ricordi, flash di qualche attimo in cui era vissuta la serenità dell'innocenza… Di fianco alla casa, un profumo intenso proveniva anche dal lungo perticato sotto le cui fronde, nelle calde ed afose giornate estive si trovava un piacevole ed inebriante ristoro. Il lungo vigneto che fungeva da enorme ombrellone, era zeppo di uva fragola dagli acini grossi, neri e dolcissimi; Nel grande cortile, a ridosso del cancello d'entrata, ricordo un gelso immenso le cui foglie venivano date in pasto ai bachi da seta che ne facevano razzia, mentre i suoi frutti, quelle more succose erano la gioia di noi bimbi; alberi da frutto ovunque… pronti a fornire una gran quantità di vasi di marmellate artigianali di ogni tipo. In fondo al cortile, oltre la stalla, oltre il mulino si intravedeva un piccolo passaggio tra sterpaglie, ortiche ed alberi da fico… per me era quasi un passaggio segreto e misterioso… lì… si poteva accedere solo accompagnati… Era l'ingresso per l'orto e sembrava inespugnabile, veniva lasciato così perché c'era pericolo per noi bimbi, di cadere nell'acqua del torrente che delimitava il confine tra l'orto dei nonni e quello di uno degli zii, Giacomo, ma quel ponticello di attraversamento era davvero stimolante quindi un richiamo ed un invito ad infrangere tutte le regole. Andare in quella che chiamerò "la Fattoria del Sorriso" era sempre una festa. La casa rumoreggiava di voci che parlavano una lingua a me allora sconosciuta e mi sembrava di essere all'estero… lontanissima da casa… e poi… quella fattoria sempre brulicante di persone!… Ricordo tanta gente, vista da sempre che si aggirava affaccendata, allegra… gente che faticavo a mettere insieme nel rapporto di parentela, ma che con gli anni avevo imparato a collocare in una giusta dimensione. Improvvisamente ripenso ad una persona che non avevo mai preso in grande considerazione, sapevo far parte da sempre della coreografia della mia infanzia, ma insignificante per la mia vita o tale me l'avevano resa gli eventi.

CAPITOLO 3

Da sempre avevo visto aggirarsi per casa quell'uomo a volte trasandato nell'aspetto, capelli un po' lunghi e già argentei, ma dal portamento ricercato ed elegante nelle movenze. Indossava costantemente camicia e giacca, sempre ben pulito, una presenza comunque in qualche modo un po' inquietante per i miei occhi di bimba, forse perché così "diversa". Mi avevano detto che era zio Gioacchino e che era malato di mente, di non badare a lui perché non avrebbe mai fatto nulla di male a nessuno. Mi raccontarono che un giorno un riccio si era introdotto nell'entrata di casa e lui dicendo che era un suo amico e che era andato a trovare proprio lui, con una gran cura e rispetto lo prese e lo portò nell'orto al riparo da ogni pericolo. Amava gli animali, adorava i bambini, era sempre cordiale, cortese e garbato. In paese era conosciuto bene e tutti lo salutavano con affetto, era un animo gentile… anche se mio padre mi racconta che con lui che era il più piccino spesso si innervosiva per dei nonnulla. Era sempre presente al nostro arrivo e ci accoglieva con un sorriso, nel momento però in cui dovevo avvicinarmi per salutarlo con un bacio, provavo un senso di disagio, di timore ma nello stesso tempo se non ci fosse stato ne sarei rimasta delusa. M'incuriosiva ogni suo atteggiamento, quel suo modo di essere diverso, sebbene fossi attratta dai suoi modi sempre molto dolci e teneri; era un uomo di poche parole, almeno per quanto ricordo io, d'altra parte non erano in tanti a soffermarsi a parlare con lui e per molto tempo pensavo che non sapesse tenere un gran dialogo… gli sentivo dire solo: "Come va…" poche parole di convenevolo, con il sorriso tra le labbra… ma forse erano gli altri che non gli davano grande spazio. A lungo andare mi ero abituata a quella innocua presenza e mentre crescevo non provavo più quel senso di inquietudine quando lo vedevo, mai nessuno parlava di lui quindi iniziai a chiedere come mai fosse così; i nonni mi dissero che era l'unica persona di famiglia che aveva frequentato l'Università e a pochi mesi dalla laurea s'innamorò di una contessa decaduta di cui si era invaghito senza però esserne corrisposto. Lui si era talmente lasciato andare tanto da farne una malattia e ridursi senza più la voglia di reagire, né stimolato a continuare la vita in un'altra direzione. Seppi poi che questa "titolata" era anche maestra nel paese dei nonni, con molta probabilità si erano conosciuti in treno mentre zio studiava e ogni mattina giungeva in paese per le lezioni quotidiane. Zio Gioacchino immancabilmente era alla stazione ad attenderla all'arrivo o alla partenza, ormai conosceva i suoi orari. A tale proposito si racconta un aneddoto un po' singolare e buffo; un giorno vide un ragazzo che, come lui, corteggiava la "sua" donna e preso dalla rabbia, in un momento d'ira, raccolse d'impeto la prima cosa che trovò per strada, dello sterco di mucca, e lo scagliò contro il malcapitato. Non conosco quale sia stata la reazione di quest'ultimo, ma questa divenne un po' la comica leggenda del paese. Aveva poi adempiuto all'obbligo del servizio militare come sottotenente dell'esercito, ma in seguito ad un alterco in cui si dimostrò anche un po' violento, fu sottoposto ad una visita medica ed esonerato dal servizio con congedo illimitato. Iniziai ad affezionarmi di più a lui quando crebbi un po' e per cercare di capire il suo mondo, il suo modo di essere, di vivere, seguivo con un certo interesse e con gran curiosità il suo comportamento durante la giornata. Lo si vedeva aggirarsi per casa solo nelle prime ore del pomeriggio, quando tutti andavano a fare il riposino pomeridiano. Dopo il nostro pranzo c'era sempre un piatto riscaldato e coperto che lo attendeva, io non mi soffermavo, seguivo le zie nelle camere anche se non mi andava proprio di dormire, ma temevo di dover restare sola con zio Gioacchino, non avrei saputo cosa dirgli, non sapevo che cosa mi avrebbe detto e poi davvero mi angosciava. Nel lettone non riuscivo a dormire; guardavo sul soffitto le ombre deformate dai raggi del sole che filtravano dai balconi non perfettamente serrati… Immaginavo, inventavo sagome che si stagliavano sul soffitto e sulle pareti muovendosi quasi a suono di musica, probabilmente erano i riflessi delle foglie all'esterno… E poi quell'ombra d'uomo bislunga e indefinita che sapevo appartenere a zio Gioacchino, che di tanto in tanto passeggiando nel grande cortile compariva e spariva tra le ombre frondose. Mi chiedevo come trascorresse le sue giornate, o meglio i pomeriggi, quando smetteva di misurare in lungo e in largo il cortile. Seppi poi che nelle giornate estive era solito inoltrarsi in quella sterpaglia attraverso l'orto e da lì percorrere tutte le proprietà arrivando a casa a sera inoltrata dopo una lunga ed estenuante camminata. Nelle giornate invernali e rigide si ritirava nella sua camera… in quella camera in cui non permetteva a nessuno di accedere, nemmeno per riordinare o pulire. Nonna approfittava nei momenti di sua assenza per poterci entrare di nascosto, spolverare, rifare il letto, cambiare le lenzuola… ecco, quando si accorgeva che qualcosa era spostato si arrabbiava brontolando con tutti e poi pian piano si allontanava borbottando da solo. Lo si sentiva spesso parlare tra sé e sé, ma nessuno gli dava molto ascolto. Lo osservavo mentre si avvicinava ad ogni suppellettile posta sui ripiani dei mobili, la prendeva tra le mani, la esaminava attentamente poi la rimetteva al suo posto e questo atteggiamento ripetitivo, come se vedesse ogni cosa per la prima volta, attirava la mia attenzione. Seppi anche che leggeva molto, quotidiani datati, giornali di vario genere, etichette affisse sulle confezioni ed ogni cosa gli capitasse di scritto tra le mani. Di tanto in tanto chiedeva che gli venissero acquistati quaderni grandi e matite colorate, era tutto ciò che chiedeva, forse tutto ciò di cui aveva veramente bisogno… Si richiudeva in quella camera con quei suoi piccoli tesori tra le mani, scriveva e disegnava per giornate intere per poi ammonticchiare gelosamente su un comò tutti i suoi "trattati". Per cena sedeva con noi e senza mai proferire parola iniziava a raccogliere dal tavolo con ritmo incessante e ripetitivo, tutte le briciole che via via si formavano spezzettando il pane fragrante che nonna cuoceva nel forno della grande cucina economica a cerchioni alimentata a legna. In quelle occasioni ricordo che notai un particolare inconsueto, lui non si versava mai da bere, prendeva in mano il bicchiere, ma non riusciva a toccare la bottiglia dell'acqua, se l'etichetta non era della sua zona, del Friuli, non si fidava, piuttosto sarebbe morto di sete… Se aveva bisogno di aprire il rubinetto dell'acqua faceva un cenno a qualcuno in casa che glielo aprisse e richiudesse… non ho mai capito perché. In seguito mi fu spiegato che rifiutava tutto ciò che per lui rappresentava "modernità" o ciò di cui non si potesse fidare. Non tutto esattamente, quando fu acquistato il primo televisore, seguiva con interesse ogni programma e se qualcuno in casa parlava, cercava di azzittirlo dicendo che di là dal vetro avrebbero sentito tutto. C'era poi un punto preciso del pavimento del tinello che lui non superava, non calpestava ed ogni volta che doveva passare di lì, faceva delle grandi acrobazie rischiando di cadere, come ci fosse stato un muro invisibile a noi o un burrone. Era come se aggirasse un ostacolo ben preciso, si trattava all'incirca di un metro e mezzo di pavimento, sempre lo stesso punto che chissà per quale motivo, a lui non era permesso di calpestare. Anche a questo, a lungo andare si fa l'abitudine, sono cose che rimangono impresse nella mente soprattutto di una bimbetta. Il ricordo di bimba era però offuscato nella mia mente, mi fu raccontato infatti che si comportava così da quando nella cucina era stato posto, sopra al pavimento di tavole, uno strato di linoleum, materiale a lui sconosciuto o troppo moderno. Davanti alla cucina economica era rimasto circa 1 metro e mezzo di pavimento di pietra ed era solo quello che lui calpestava, cercando di non camminare sul nuovo linoleum che non gli dava affidamento… Anche verso le sorelle aveva uno strano atteggiamento. Da quando si erano sposate e avevano quindi scelto di perdere il cognome dei Romano, non accettava più niente che provenisse da loro, né un regalo, né un dolcetto, niente, come se si sentisse tradito e profondamente deluso, quasi volesse punirle per una grave colpa. Gli eventuali regali dovevano essergli dati da altre persone e non doveva mai sapere da dove provenissero. Il ricordo pian piano se ne va, si dilegua… sparisce per poi riaffiorare confuso dopo una vita chissà come e perché, forse quando si ha bisogno di rifugiarsi in quello che sono state da sempre le uniche cose certe…

CAPITOLO 4

Con gli anni molti dei figli se ne andarono per il loro cammino, tutte le attività della fattoria andavano via via esaurendosi, i nonni cominciavano ad invecchiare e a non riuscire più a sostenere una fattoria così estesa, un po' alla volta il mulino cessò la sua attività l'energia elettrica fu gestita da Giacomo, uno dei figli. Giacomo viveva con la sua famiglia, moglie e due figli, maschio e femmina, in una casa adiacente alla "fattoria del Sorriso", separata unicamente dal canale Ledra che percorre gran parte di quel territorio friulano. La sua casa era davvero singolare, nella parte anteriore, quella rivolta verso il portone dei nonni, era a forma di nave, la punta posizionata sul canale che scorreva su entrambi i lati. La casa è tuttora esistente, anche se lasciata in abbandono totale ed è ogni volta una pena vederla ridotta in tale stato. Furono venduti gli animali della stalla, le trebbie e tutto quanto costituiva il patrimonio che presto si assottigliò vistosamente. I nonni erano davvero benestanti prima di questo disfacimento. Poche persone della fine 800 potevano permettersi un periodo di riposo lontano da casa, Ogni anno, immancabilmente, si concedevano una meritata vacanza e, come due innamorati, si recavano alle Terme di Montecatini o in alternativa a Porretta Terme. In un mio passato molto recente ho avuto modo di visitare e vivere in prima persona questi luoghi incantevoli immersi nella natura, conoscere quei paesini tutt'intorno, arroccati sui monti, dal sapore dei tempi andati, ma che conservano intatta tutta la loro ricchezza poetica… ora comprendo quanto possano entrare nell'anima… Proprietà restavano la vecchia casa colonica, le strutture pure e semplici del mulino, della stalla che divenne deposito per materiale dell'attività di Fulvio il penultimo figlio, quello per età più vicino a mio padre e che gli assomigliava come un gemello, tant'è che quando mi trovavo lontana da casa per un po' di tempo ed avevo nostalgia dei miei genitori, cercavo zio Fulvio per vedere il volto di mio padre. Tutto si spense in sordina; alla Fattoria del Sorriso" rimanevano zia Olinda, vedova con la figlia Antonietta e la nipote Dolores. In tempo di guerra il nonno si era lasciato convincere ad ospitare e a nascondere nella fattoria un cugino della moglie di zio Fulvio, il ragazzo, Rino, aveva circa 19 anni e si innamorò di Antonietta. Il frutto di quell'amore dei vent'anni fu Dolores, ma lui lo seppe solo dopo, quando la bimba aveva circa 3 anni. I due dovevano sposarsi, ma probabilmente Rino era troppo giovane per affrontare una tale responsabilità ed un mattino non lo trovarono, se n'era andato, Antonietta non si sposò mai più rimanendo a vivere alla fattoria con Dolores e mamma Olinda. Gli anni passarono e anche i nonni si spensero di vecchiaia, lasciando in eredità la pura struttura con l'adiacente terreno nonché… la custodia di quel figlio "malato", affidato alle cure di queste tre donne divenute il punto di riferimento per tutta la famiglia. Quando si tornava al paese, visita d'obbligo era quella casa in cui tutti si sentivano a casa propria pur rispettando chi ci abitava a la governava, ma lì c'è sempre stata la presenza di chi le aveva dato vita… Spesso ci si ritrovava tutti… come una volta… ma anche se l'allegria era sempre d'obbligo, a momenti si sentiva nell'aria quel velo di malinconia, di tristezza, la presenza impalpabile di chi ci aveva vissuto. Zio Gioacchino, pur essendo stato sempre taciturno e non avendo mai fatto trasparire alcuno stato d'animo, aveva perso il suo solito sorriso. Anche quel: "Come va…" accompagnato da quell'attimo di luce negli occhi quando arrivavamo noi dal "lontano" Veneto, aveva perduto ogni colore…

CAPITOLO 5

Ricordo un pomeriggio d'estate in cui non mi andava proprio di riposare, ero ormai ragazza e presi a girare nel cortile, mi diressi verso il portone che fungeva da ponticello sotto il quale scorreva il canale Ledra, mi affacciai dal muretto posto dal lato della casa di zio Giacomo costruita a forma di nave. Mi soffermai ad osservare il lavatoio in pietra, i gradini per scendere laggiù erano irregolari; lì le donne, dopo aver lavato il bucato nella liscivaia del cortile, si recavano per sciacquare la biancheria nell'acqua corrente del canale. Lungo il corso della Ledra erano stati costruiti molti di quei lavatoi in pietra ed erano molto suggestivi, ora non se ne vedono più. Proseguii la mia solitaria perlustrazione inoltrandomi verso quell'orto inespugnabile per ritrovare ricordi… sensazioni del passato, ora potevo permettermi di violare quel divieto; assaporavo i profumi dell'orto, mi soffermavo a guardare ogni singolo filo d'erba, i colori dei fiori campestri, estasiata da quella forma di libertà… ogni tanto il cri…cri… di una cicala, qualche alito di vento… respiravo a pieni polmoni quel soffio di vita, l'orto ora non mi sembrava più così immenso come lo vivevo da bambina, tutto intorno aveva preso le sue reali dimensioni. Abitando in città, raramente mi era possibile godere di questa forma di libertà e quand'anche lo fosse stato, sarebbero stati luoghi senza passato. Soppesavo i miei passi quasi a non voler violare quell'equilibrio naturale, in religioso silenzio per assaporare ogni suono che la natura intorno volesse regalarmi. Improvvisamente mi accorsi che qualche lacrima irrigava il mio volto per finire tra le pieghe di quel sorriso che mi sentivo stampato addosso… ero pervasa da una dolcezza infinita…poteva essere felicità… ed era mia… Un calpestio sordo dietro me ed ebbi un lieve sobbalzo, mi girai e vidi zio Gioacchino, gli andai incontro per la prima volta con tenerezza, lo abbracciai di un abbraccio spontaneo e sincero, ed iniziai a parlare con lui, non so di cosa, non ricordo, so solo che per la prima volta gli stavo parlando senza imbarazzo. A poco a poco mi accorsi che avrei voluto entrare in punta di piedi nel "suo" mondo per cercare di capire questa persona misteriosa nel suo intimo, in quel momento abbandonai ogni logica e cercai di mettermi al suo livello, per parlare la sua lingua… in certi momenti non dovevo usare la ragione per seguirlo… mi sarei persa. L'ascoltavo, sembrava avesse molto da dire, forse per la prima volta qualcuno gli dava "udienza", s'interessava a lui e questo lo portò ben presto a manifestarmi la sua gratitudine rendendomi partecipe dei suoi "segreti". Il mio interesse era stato sollecitato a tal punto da chiedermi se volevo vedere di cosa si occupasse quando si ritirava con i suoi "trattati". Avevo di certo meritato la sua fiducia, tanto che mi permise di accedere a quella stanza che rappresentava il suo mondo e di cui era così geloso. Non si trattava della sua stanza da letto, era il tinello che i nonni avevano lasciato per lui per le grigie giornate invernali ed ora che loro non c'erano più era diventato definitivamente il suo "studio" privato. In quel momento mi sentii una privilegiata, un po' timorosa, ma pur sempre privilegiata. Provai una certa emozione entrando nella stanza in cui dalla scomparsa dei nonni non avevo più messo piede. Forse non ricordavo o forse da bambina non avevo fatto caso a ciò che vi era nelle pareti, negli angoli, praticamente nella stanza. Appena entrai vidi quell'immensa foto dai contorni sbiaditi che stava appesa alla parete di destra; una foto raffigurante la famiglia al completo, nonno e nonna attorniati dai dieci figli. Ad uno ad uno cercai di individuare chi fossero, il più piccino in braccio al nonno era senza dubbio mio padre che all'epoca poteva avere si e no 3 anni. C'erano nella foto anche i tre zii che non avevo mai conosciuto perché già adulti, ma ancora molto giovani, erano morti in circostanze drammatiche: uno, Giovanni, morì di meningite, malattia che allora non lasciava speranze, nemmeno papà ricordava di averlo conosciuto; Aldo già coniugato, aveva un figlioletto piccolo e la moglie era in attesa di un secondo bambino, durante una battuta di caccia fu colpito a morte, non si conoscono i particolari; il terzo, Gelindo, celibe, era aviatore e si è schiantato con il piccolo velivolo che pilotava, durante l'ultimo volo che avrebbe effettuato; all'epoca non vi era modo di comunicare tra un aereo e l'altro e vedendo che un altro pilota stava per sorvolare una zona "proibita", cercò di segnalarlo effettuando una manovra azzardata, ma ebbe una collisione con un'ala dell'altro aereo, per zio Gelindo fu fatale. In un angolo della stanza vi era come cimelio una parte dell'ala dell'aereo su cui aveva avuto l'incidente. Tutt'intorno altri ricordi, una stretta al petto, qualche lacrima sul volto e una profonda tenerezza accompagnavano quegli attimi di intensa emozione. Tornai alla realtà quando zio Gioacchino, con entusiasmo cercò di attirare la mia attenzione sui suoi lavori. Quaderni, ritagli di quotidiani, penne, matite colorate ovunque. Certo la curiosità che da sempre mi aveva procurato quel suo ritiro misterioso, stava per essere soddisfatta. Mi resi conto però che non si trattava più solo di pura curiosità, ora volevo cercare di capire… capire cosa potesse scaturire da una mente malata, contorta qual era la sua… Prese in mano un pacco dei suoi trattati, mi sentivo strana, emozionata, ansiosa ed incuriosita.

CAPITOLO 6

Con religiosa apprensione stetti in attesa delle sue spiegazioni preliminari; mi disse che nei suoi lavori aveva rappresentato l'albero genealogico della famiglia partendo dai suoi bisnonni… In ogni quaderno la famiglia era raffigurata in forme diverse, vi era il classico albero con tanti rami che riportava i nomi di tutti i componenti e discendenti, oppure a cerchi concentrici in cui era posto al centro il nome del nonno e per ogni cerchio in aggiunta, i nomi dei figli con i rispettivi figli; altre volte ancora era raffigurato a settori ed ogni spicchio aveva il suo colore ed il suo capostipite con tutti i nomi dei discendenti. A fianco di ogni rappresentazione grafica vi erano spiegazioni scritte, annotazioni in una calligrafia minuta, ma composta e ordinata, frecce colorate partivano dagli scritti per andare ad indicare vari settori dei grafici. Un po' alla volta, attraverso le spiegazioni di zio Gioacchino, mi parve di poter entrare davvero in un mondo nuovo ove tutto aveva una sua logica collocazione, mi pareva di riuscire a seguire ragionamenti contorti che ora non saprei riportare. Uscii da quella stanza dopo circa due ore, ero un po' frastornata, ero però contenta per averlo reso felice, contenta di avergli prestato attenzione, di averlo fatto sentire importante, ma convinta che nella sua mente tutto fosse molto più chiaro di quanto non lo fosse nella mia, tanto da pensare che forse ero io a non avere abbastanza conoscenza né discernimento per poter competere con lui. Di tutto quel discorso "logico" mi rimase in mente una parola ricorrente che usava nelle sue spiegazioni, ma a cui non sapevo dare un significato. Diceva che noi tutti eravamo "Quiriti" e inizialmente pensavo si trattasse di un metallo, confondendolo forse con la pirite, non gli avevo chiesto delucidazioni in merito, davo per scontato e logico tutto ciò che proferiva. Molte volte mi ero ripromessa di cercare l'eventuale significato di quella parola, ma si sa, basta rientrare nella propria realtà per dimenticare i buoni propositi e così il tempo passò … e il "Quirite" si collocò tra i miei ricordi. Il giorno in cui seppi della sua morte, parecchi anni dopo, ricordai con tenerezza quel pomeriggio e alla mia mente affiorò la parola "Quirite"; andai a cercarne sul dizionario il significato, mi pareva che così facendo avrei potuto in qualche modo stargli un po' vicino e rendergli omaggio in quel giorno della sua dipartita. Ammetto la mia ignoranza, ero quasi convinta di non trovare il significato di quel termine credendolo frutto della sua mente malata… Rimasi esterrefatta quando lessi che si trattava del popolo romano dedito al culto degli Dei. Da una ricerca un po' più approfondita scopersi che nell'antica Roma i Quiriti erano coloro che si attenevano al principio fondamentale della "Pax Deorum", cioè la pace con gli Dei. Era davvero la religione di Stato dell'Antica Roma. In quel momento mi resi conto che ero davvero una persona mediocre, mi sentii in colpa per aver sottovalutato zio Gioacchino e la sua cultura. Lessi che non solo i privati cittadini, ma lo stesso Stato Romano avevano un culto da rispettare per poter essere in pace con gli Dei. La naturale conseguenza di questo credo, faceva sì che tutti fossero in pace con gli altri, se così non fosse stato significava che non era stata seguita la "via degli Dei". Ogni "credente", perciò, si identificava con il cittadino romano, "cuies romanus" o, più precisamente, il Quirite Romano. Ecco, vi era davvero una connessione logica scaturita dalla mente di zio Gioacchino, lui aveva associato la definizione di "Quirite" al cognome della nostra famiglia… "Romano".

CAPITOLO 7

Dopo la morte dei nonni ritornavo sempre più raramente alla "Fattoria del Sorriso", nel frattempo ero cresciuta, mi ero sposata, avevo avuto un figlio e la mia vita mi permetteva di recarmi al "sorriso" solamente per qualche visita in giornata. Non ebbi più il tempo, né l'opportunità di parlare a lungo con lo zio, la mia vita era divenuta frenetica, densa di responsabilità e di altre cose a cui pensare. Anche tutti gli altri cugini si formarono la loro famiglia che li portò in giro per l'Italia, qualcuno anche in America, non ci fu più la possibilità di trovarsi di frequente. Come già dissi, unico punto di riferimento della famiglia rimanevano zia Olinda che ci lasciò nel 1973, e Antonietta con la figlia Dolores. Anche Dolores si sposò ed ebbe una bimba, Jessica, nello stesso anno in cui nacque mio figlio Marco. Il marito di Dolores, Renato, è un uomo ammirevole che fu di grande aiuto in tutte le cose pratiche che necessitavano quando andò a vivere al "sorriso". Si prese cura da subito delle "sue" donne, suocera compresa. La cosa può far sorridere pensando alla concezione comune che si ha della suocera, ma Antonietta era una donna davvero molto particolare…oserei dire speciale, amata da tutti, parenti e paesani. Era ammirevole in quanto crebbe la sua bimba con coraggio, senza più pensare ad una sua vita privata, né al giudizio dei compaesani. Per quell'epoca non era davvero facile sostenere il ruolo di ragazza madre, specialmente in un paesino così piccolo. In quel paese vi era una grossa caserma per militari di leva e Antonietta per mantenere se stessa e Dolores, lavava e stirava la biancheria dei militari e degli Ufficiali che vi prestavano servizio. Era molto brava anche nell'usare l'ago, arrotondava le entrate ricamando splendide parure di lenzuola e tovaglie con invidiabile maestria, ogni lavoro uscito da quelle mani diveniva ricco e prezioso. Era davvero un'istituzione nel paese, seppure a volte un po' polemica e brontolona, sapeva farsi amare da tutti per la sua grande bontà d'animo, per la sua costante ilarità nonostante le vicissitudini, per il suo modo splendido di sdrammatizzare le situazioni, per l'autoironia e per il suo grande senso di ospitalità. Era un'ottima cuoca, e lo si vedeva anche dalla sua "imponenza", sempre disposta ad ospitare amici e parenti che apprezzavano di buon grado la sua cucina varia e saporita. Più volte ho cercato di carpirle qualche segreto culinario per poter fare a mia volta una bella figura con i miei eventuali ospiti. Una ricetta del suo particolare "tiramisu" sta tuttora allietando il palato di miei commensali che lo trovano davvero singolare. Grazie a lei la casa al "sorriso" continuava ad essere sempre piena di gente e di allegria. Ricordo che ci si riuniva parenti ed amici anche fino a tarda notte per giocare a carte, trascorrere ore spensierate e gustare dolci particolarmente prelibati sfornati dalle generose mani di Antonietta. Fu proprio a lei che chiesi come lo zio Gioacchino fosse diventato "strano", se fosse stato davvero a causa di quell'innamoramento di ragazzo. Da bambina avevo molto sognato su quella fantastica storia d'amore. Mi chiedevo se davvero questo sentimento potesse essere talmente forte da scombinare una mente per tutta una vita Fu così che seppi la verità, ben più "tangibile" e meno fantastica. Zio aveva contratto una malattia venerea che prende i centri nervosi del cervello. Si sa che ora ci sono idonee cure che permettono di guarire completamente da una tale malattia, ma anche allora, se fosse stato curato tempestivamente avrebbe ottenuto dei grossi risultati. A quei tempi la vergogna che poteva colpire l'intero casato era considerata più deleteria della malattia stessa, ma può questo senso di vergogna condannare un essere umano a vegetare per tutta la vita? E' davvero inquietante pensare che una società con una mentalità comune potesse all'epoca stabilire il lecito o l'illecito, potesse influire sulla vita di una persona, tanto da determinarne il diritto di "vita o di morte", molto spesso la morte morale è peggiore di quella fisiologica. Quante volte capita di rovinare una vita per i malsani pregiudizi di una società!!!

CAPITOLO 8

Da quando i nonni non c'erano più indubbiamente mancava una figura maschile che si occupasse di tutte le pratiche burocratiche e formali, nonché delle cure necessarie che richiedeva una casa così grande ed articolata, Renato era proprio la persona giusta che sa essere sempre presente in ogni circostanza e che si è integrato totalmente e in maniera quasi invidiabile in tutto questo contesto. Il lontano 6 Maggio del 1976 segnò un drammatico evento anche per la "Fattoria del Sorriso". Il terremoto del Friuli la colpì in maniera irreparabile. Era l'unica casa del paese che riportò seri danni, tanto da essere dichiarata inagibile. Si erano creati dei grossi squarci, dall'alto fino a pianoterra ed erano di circa 30 centimetri di larghezza, tanto che Antonietta, Dolores, la piccola Jessica e Renato furono costretti a riparare in una grande tenda da campo offerta dall'esercito locale che fu piazzata nel grande cortile del "sorriso". Zio Gioacchino non volle abbandonare la vecchia casa padronale, continuò ad abitarvi da solo, gli teneva compagnia solamente un vecchio gatto randagio, spennacchiato e malaticcio che si era impadronito di un riparo all'interno della casa diroccata e che si faceva avvicinare solo da lui per carpirgli qualche tenera carezza. Le prioritarie necessità della famiglia non permettevano di pensare alla cocciutaggine dimostrata dallo zio, nel voler comunque rimanere in quella casa pericolante, seppure si potessero comprendere i motivi affettivi che legavano lo zio a quella drastica scelta. Era triste pensarlo lì, era quasi abbandonarlo al suo destino, ma qualsiasi argomentazione logica non lo smosse dalle sue decisioni, tanto che, per il vitto si ricorse ad un ristorante vicino che a mezzogiorno e sera gli portava un pasto caldo. Di tale spesa se ne fecero carico in solido tutti i fratelli maschi. Non si poteva permettere che Antonietta continuasse a provvedere anche a questa incombenza date le precarie condizioni in cui viveva in quel frangente. I tempi che seguirono furono molto frenetici, certo, ci volle un grande senso di adattamento per poter vivere in quella grande tenda da campo. La bella e calda stagione che seguì, permise di adattare ad alloggio temporaneo il vecchio mulino. Ci volle molto lavoro, costanza e sacrificio, ma prima dell'autunno il mulino era stato reso provvisoriamente abitabile, e davvero accogliente. Anche zio Gioacchino diede il suo contributo in quella situazione drammatica, era amante del bimbi e a lui fu affidata Jessica, che allora aveva solo sei mesi, mentre venivano svolti i lavori di restauro. Con amorevole cura prendeva la bimba seduta nel passeggino e l'accompagnava a passeggio per il paese o nel grande cortile, borbottandole chissà quali fantastiche storie e intonando di tanto in tanto qualche dolce melodia. Molto spesso in quel periodo, quando il ristorante portava il suo pasto caldo, chiese a Dolores di scambiare quel cibo con qualche minestra calda più leggera, quelle che venivano preparate per Jessica. Antonietta e Dolores erano ben contente di poter fare qualcosa anche per lui, ma egli non desiderava sentirsi in debito con nessuno, quindi pretendeva che tenessero per loro il pasto del ristorante. Un grosso pensiero sarebbe stato quello di convincere zio Gioacchino a trasferirsi definitivamente al mulino, non ne veniva fatta menzione per non anticipare quella che per lui sarebbe stata solo un'inutile, preventiva sofferenza. Ci avrebbero pensato nel momento in cui non sarebbe stato più possibile rimandare una tale decisione. Ma lui no, lui non avrebbe mai accettato, non avrebbe sopportato quel distacco.

CAPITOLO 9

Erano alcuni giorni che Zio Gioacchino non faceva lunghe passeggiate, si limitava ad uscire per prendere una boccata d'aria, ma non se la sentiva di camminare a lungo. Non aveva più inoltre un posto dove rifugiarsi con i suoi "trattati", con le cose che prima avevano riempito la sua vita. Lo studio era squarciato dall'alto al basso e attraverso quello squarcio si poteva intravedere tutto ciò che avveniva all'esterno, era davvero uno spettacolo desolante. Zio Gioacchino appariva stanco, affaticato, soprattutto disorientato; tutto ciò era comprensibile, la situazione precaria in cui verteva tutta la famiglia, non lasciava il tempo di rendersi conto dello stato di salute dello zio che peraltro non proferiva parola. E' stato chiesto più volte se avesse bisogno di un medico, visto il rifiuto del cibo consueto, ma egli rispondeva che era solo qualche disturbo di digestione e disse che "il male, com'era venuto, doveva uscire dalla finestra". Quella sera tutti gli diedero la buonanotte come di consueto e lo videro ritirarsi in quella "casa " ormai diroccata. Al mattino seguente Antonietta, com'era solita fare, entrò in casa con il caffè fumante, lo chiamò più volte, ma non ottenne risposta. Salì titubante i gradini che portavano alla stanza dello zio, una strana sensazione la pervase, qualche brivido… e poi quel silenzio assoluto, quasi assordante in cui sentiva solo il suo passo greve e il ritmico battere del suo cuore che già presagiva… Lo zio era lì, steso sul suo letto, immobile, pallido si, ma il volto era sereno, quasi sorridente. Non era solo, un amico sincero gli stava accanto, quel gatto randagio che si faceva avvicinare solo da lui, era lì e lo aveva assistito in quegli ultimi respiri e non si mosse per tre giorni dopo che quel corpo era stato portato via. Gioacchino se ne era andato, in punta di piedi,… se ne andò senza una parola, senza un lamento… così, in silenzio, come in silenzio era stata la sua sterile, inutile vita… Ma chi sono io per affermare che la sua vita fu inutile, sterile? A chi è dato il poter formulare giudizi su una vita comunque vissuta? Molto spesso ci si permette di esprimere delle affermazioni che a prima vista potrebbero sembrare logiche… ma nessuno conosce il disegno che sta dietro ognuno di noi. Le nostre conoscenze soprannaturali sono limitate, i nostri credo, confusi, le nostre menti troppo prese dalla routine della vita per dare tempo e spazio ad una ricerca spirituale in cui ognuno di noi possa ricercare e trovare delle risposte. Io sento che comunque la vita di Zio Gioacchino non è stata vana, non avrei mai creduto di raccontare un giorno la sua storia, infondo… che c'era da raccontare? Non pensavo che proprio lui mi avrebbe permesso di rivivere un passato, di ritrovare sensazioni, emozioni dell'infanzia, che proprio lui avrebbe saputo darmi quegli attimi di serenità che da tanto tempo sentivo la necessità di provare e che nessuno finora era riuscito a darmi… Gioacchino, lui ci è riuscito…

Capitolo 10

Qualche tempo fa sono ritornata lassù alla "fattoria del sorriso", mio padre ottantaduenne da qualche anno mi chiedeva di accompagnarlo per la festa di S. Marco, ma presa com'ero dalla mia vita non avevo mai trovato la sensibilità per privarmi di una mia giornata per renderlo felice. Quest'anno mi sono proposta di accompagnarlo perché probabilmente i ricordi erano entrati talmente nel mio quotidiano, tanto da farmi comprendere quanta potesse essere pungente la sua nostalgia, la sua necessità, in età così avanzata, di ritrovare le emozioni della sua gioventù. Questa esperienza mi ha arricchito più di quanto pensassi. Inizialmente mi sentivo felice perché vedevo mio padre radioso… lungo tutto il viaggio in macchina, come un bimbo assetato di sensazioni, si riempiva gli occhi e il cuore di immagini che lo riportavano indietro negli anni… parlava, parlava… "…qui venivamo in cavallo col nonno a prendere le vigne per gli innesti… qui ho trovato i miei genitori quando dopo tanti anni mi sono venuti incontro dopo la prigionia…ecco, vedi qui… ricordi che siamo venuti insieme quand'eri ragazza e si è fermata la macchina… e abbiamo dovuto fare l'autostop?…. Questo fiume si chiama "Cormor" perché qui corre e muore…" e ancora: "… questo è il paese di mia mamma e mio padre faceva in bicicletta tutta questa strada per venirla a trovare … ecco, ci siamo quasi… lo vedi il campanile? Quando vedo da lontano il campanile so che tra pochi chilometri siamo arrivati… vedi? Non dimentico niente, è vero che sono vecchio, ma non dimentico niente…" "Ecco, ora ci siamo… pensa… qui c'era la mia vecchia scuola, ma guarda, è ancora così e… lì, guarda, lì… il campo da calcio dove mi allenavo… quanti ricordi!!! Com'è tutto cambiato da allora e… quanto ancora è tutto uguale!!!…" Gli si leggeva l'emozione negli occhi e nella voce ad ogni frase che pronunciava. Erano cose udite centinaia di volte, mi ero quasi stancata di sentirle e risentirle con la stessa sequenza… ma questa volta c'era qualcosa in più, non so se la mia disponibilità ad ascoltare col cuore anziché con l'udito o la presa di coscienza che data la sua età avanzata potrebbe essere ogni volta l'ultima volta… Ero felice, felice di avergli donato l'opportunità di rivivere quelle forti emozioni, si sa, gli anziani provano gioia solo nella malinconia dei ricordi e non nella vita di tutti i giorni; ero davvero felice della sua felicità e di tanto in tanto lo abbracciavo con tenerezza o gli stringevo la mano. Quel giorno fummo ospitati a pranzo da Dolores e Renato che per l'occasione avevano invitato parenti ed amici che non vedevamo da molto tempo, avevano imbandito una grande tavola sotto il porticato di casa e festeggiato con grande allegria. La loro abitazione era stata ricostruita dopo il terremoto, lì dove un tempo c'era quella dei nonni. La struttura è rimasta la stessa, ma la disposizione interna non ricorda assolutamente quella precedente, d'altra parte cambiano i tempi, gli usi, i gusti, in base anche alle esigenze di una famiglia attuale. Il porticato allora non c'era, ma lì sotto rividi la vecchia panchina in ferro, ridipinta ora di verde, ove nonna era solita tagliuzzare l'erba per le oche. Alla vista di quella panchina anche a me si aprì la porta dei ricordi più intimi e profondi; avvertii l'esigenza di restare un po' da sola con me stessa per assaporare delle sensazioni che si facevano pressanti. Volli ritrovare i luoghi, gli angoli del "Sorriso" che mi erano stati così cari. Chiedendo scusa a tutti, lasciai mio padre in buona compagnia, lo vedevo ridere e scherzare, ma a me ora non bastava più. Mi avventurai da sola ed iniziai a passeggiare per il "grande cortile" che ora non mi sembrava più così grande come allora. Cercavo di esplorarlo palmo a palmo, nella speranza di ritrovare sensazioni, vibrazioni del passato. Rividi l'immenso gelso, quello era sempre così immenso, posai lo sguardo sulle sue fronde maestose, le sue more in gran quantità ancora acerbe, i suoi rami erano colmi di foglie nuove di un verde brillante e rigoglioso di vita. Cercai di ritrovare il "visibile", ma era rimasta ben poca cosa. Dal muretto di cinta mi protesi per vedere il fiume Ledra, ma da quella parte il suo corso era stato deviato ed ora ci sono solo sterpaglie nate disordinatamente qua e là… volevo vedere la ruota sul retro del mulino… è rimasto solo il solco in muratura dentro cui roteava, della ruota non vi era traccia. Ora il vecchio mulino è divenuto un rustico molto bello, singolare, curato con ricercatezza sapiente e molto grazioso, abitazione del cugino Duilio, figlio di zio Fulvio, unico fratello di papà ancora in vita. Proseguii verso quell'orto che ora più che mai è inespugnabile, una rete di recinzione… non ci fu modo di accedervi… il cuore andava sempre lì… è tuttora un passaggio "proibito". Girai lo sguardo e mi diressi dove prima c'era la stalla, sono rimaste solamente due colonne diroccate a segnarne la delimitazione, né muro, né soffitto… del granaio non è rimasto nulla, solo il suo sottoscala che fungeva da bagno è per metà ancora in piedi su tre lati… qualche pezzo di muro qua e là, qualche porta di legno mezza divelta e una finestra sprangata con travi trasversali, ma da cui filtra la luce dell'assoluto vuoto retrostante… Quanta emozione! Quanta tristezza!!! Seguendo il corso dei miei pensieri ripresi a perlustrare ogni angolo… Passo dopo passo mi ritrovai oltre il cancello d'entrata… sulla strada provinciale. Ricordai che vi era un bar, l'albergo, il ristorante, tutto in un'unica struttura, unica gestione, quello che forniva i pasti caldi a zio Gioacchino… …Molte volte da adolescente mi ero avventurata in serate danzanti che si tenevano nel selciato del ristorante nelle calde sere delle domeniche estive. Anche quel complesso è rimasto nel più completo abbandono… mi pareva di udire in lontananza le note di un walzer viennese mentre osservavo l'unica cosa "viva", un magnifico glicine in piena fioritura… sembrava volesse dirmi che la vita esisteva ancora… che i ricordi tengono viva l'anima. Altri pochi passi nella direzione opposta ed iniziai a costeggiare la casa a forma di nave di zio Giacomo. A "prua", lì dove un tempo vi era uno splendido giardino con tanti fiori, una vasca di pesci… tartarughe che passeggiavano libere sotto ai cespugli, ora vi è una giungla e tutto è irriconoscibile. Osservando con più attenzione mi accorsi che oltre la recinzione si protendevano dei rami che quasi volevano sfiorarmi offrendomi i loro fiori e i loro frutti. Un albero di nespole si era proteso verso il marciapiede adiacente alla recinzione, oltre "la Ledra", mentre un roseto fiorito faceva sfoggio delle sue magnifiche rose dai colori brillanti; anche il roseto sembrava sporgere per dar prova di quanta forza vibrante vi sia nella natura che continua incessantemente a riproporre la vita seguendo il ritmo naturale delle stagioni. Proseguii il mio cammino quasi attratta da una calamita invisibile, osservavo ogni cosa intorno con un sorriso stampato addosso per l'emozione di quella ricerca esterna ed interiore. Mi ritrovai davanti ad un minuscolo sentiero… mi avventurai leggermente in salita guardandomi intorno. Mi sembrava di essere giunta in un paesaggio incantato… sembrava quasi una minuscola foresta vergine… fui presa dalla curiosità e continuai a camminare senza rendermi conto che stava cadendo qualche goccia di pioggia, ma no, non volevo fermarmi, non volevo tornare alla realtà... Eppure quella era … realtà. Giunsi in un punto oltre il quale non era possibile procedere, la boscaglia si era fatta davvero troppo fitta. Mi misi a contemplare estasiata quell'angolo immerso nella selvaggia natura, stavo per fare ritorno quando un brivido mi assalì… Seminascosto dai rovi mi parve di riconoscere qualcosa… che mi suonava familiare, ma si… quel muretto basso basso… non un appiglio…era proprio lui… il ponticello… si, proprio quello che non mi era permesso attraversare da sola da bambina, quello che congiungeva l'orto del nonno con quello di zio Giacomo… Ero dunque arrivata al "mio orto", l'avevo riconosciuto, era ancora lì, proprio davanti ai miei occhi e dentro di me… attimi di forti emozioni, di sensazioni ed un turbinio di ricordi… in quel preciso istante riuscivo a percepire, a rivivere pure gli stati d'animo che avevo provato da bambina… Ero felice di quella scoperta, era dunque sempre stato accessibile anche da un'altra parte e non l'avevo mai saputo…!!! Ora la pioggia si faceva più fitta, ma io sorridevo felice, quando me ne resi conto cercai di fare ritorno accelerando il passo, ma la magia di quei momenti prendeva il sopravvento, rallentai di nuovo e lasciai che la pioggia m'inebriasse, mi beavo assaporando ogni attimo e quello era davvero un soffio di vita intenso che non volevo svanisse brevemente. Rientrando al "Sorriso" non riuscivo più a distinguere le gocce di pioggia dalle lacrime di gioia intrise di tenerezza che rigavano il mio viso… tra quelle lacrime mi parve di rivedere tutto intatto, com'era allora… di udire un vociferare… pian piano il cortile riprendeva vita… rividi la gente allegra aggirarsi gioiosa e indaffarata… rividi il sorriso del nonno sotto quell'enorme cappello e i grandi baffi arricciati all'insù… e quegli occhietti azzurri e vispi che mi indicavano un punto preciso del cortile… lì rivolsi lo sguardo incredulo e mi parve di vedere lui… zio Gioacchino che sorridendo e con passo lento, ma deciso si dirigeva verso di me e quando mi fu a pochi passi mi sussurrò… "Come va…". Attendevo il suo abbraccio, ma non giunse… Mi girai verso la panchina per ritrovare nonna intenta a tagliare l'erba per le oche, ma la panchina ora era "verde"… tutto si ridimensionò… l'unico vociferare era rimasto il crepitio dei miei passi nel cortile… rientrai in casa e corsi ad abbracciare mio padre che attorniato dalle persone care, ancora parlava animatamente e felice,… quella era davvero l'unica realtà…

 

Fine