Gioacchino
Passi
nell'ombra
(Racconto
inedito)
Un
grazie a coloro che sono stati….
E
non sapevano di essere…
PREFAZIONE
Perché
in un particolare momento della nostra vita proviamo la travolgente necessità
di raccontarci?… Perché non è più sufficiente il pensiero, il ricordo, l'oblio?…
Forse la nostra mente è talmente piena di passato, di presente, di immagini,
sensazioni, emozioni che a volte desideriamo dimenticare,… ma che affiorano
incessantemente… quasi a voler prendere il sopravvento su immagini presenti…
quasi a ricordare che da quelle situazioni, stati d'animo o paranoie si è formato
il tuo pensiero, si è forgiato il tuo "io".
Eliana
Romano

CAPITOLO
1
Chissà
perché in un momento in cui la tua vita sembra non trovare una svolta, in cui
sei sovrastato da mille problemi, in cui non riesci a ritrovare te stesso… proprio
allora affiora alla mente un ricordo, un accenno in un discorso per caso e ripensi
alle tue radici, quelle radici che credevi di avere allontanato dalla tua mente
perché sentivi non avessero segnato il tuo passaggio. Una famiglia patriarcale
quella di mio padre, in un piccolo paese del Friuli; mio padre, Enzo, era l'ultimo
di dieci figli e la vita lo aveva portato nel Veneto. All'età di diciannove
anni, quasi ancora bambino, fu chiamato alle armi, c'era la guerra allora, si
allontanò per la prima volta dal paese . Avrebbe dovuto combattere nella campagna
di Russia, gli avevano già fatto le cure preventive e le iniezioni anticongelamento,
improvvisamente lo inviarono con il Genio Pontieri in Africa. Algeri, Bengasi,
Tobruk, Tunisi… Conobbe l'angoscia dell'allontanamento dalla famiglia per una
meta tanto sconosciuta e per un destino così incerto. Conobbe per la prima volta
il sapore della paura… i suoi racconti sui bombardamenti e sulle mitragliate
indirizzate ai loro convogli sono tutt'oggi intrisi dell'angoscia e del tormento
provato in quelle interminabili situazioni che ogni volta sembravano eterne.
Conobbe la fatica dei continui spostamenti con mezzi di fortuna, che molto spesso
li lasciavano appiedati lungo percorsi troppo in vista per poter trovare riparo
dal pericolo dei bombardamenti. Per sdrammatizzare i racconti sui ricordi di
quella tremenda guerra, narra che i soldati venivano raccolti e fatti salire
su dei camion che trasportavano datteri. Affamati com'erano, approfittavano
per farne delle grandi abbuffate con conseguenti ed inevitabili, a volte catastrofici
disturbi intestinali. Conobbe il lancinante dolore per la perdita di cari compagni
d'arma, compagni con cui fino a pochi minuti prima aveva condiviso la scorpacciata
di datteri e attimi dopo, in seguito a mitragliate da parte degli "speedfire"
che li avevano individuati, erano caduti sotto il fuoco, solo per aver scelto
di mettersi al riparo scivolando giù dal camion da un lato anziché dall'altro.
Mio padre si ritrovava salvo, con addosso il sangue dei vicini compagni, senza
capire se egli stesso fosse stato ferito. Non oso immaginare lo stato d'animo
di un ragazzo così giovane, che ancora non si era affacciato alla vita e già
divenuto uomo all'insegna di tanta crudeltà umana. Dopo alcuni anni di varie
peripezie, fu fatto prigioniero e portato in un campo di lavoro Inglese. Adorava
giocare a calcio. Da bambino faceva parte della squadra del suo paese e già
prometteva bene, si allenava di nascosto da suo padre che considerava tale sport,
o comunque ogni svago che sottraesse attenzione al lavoro, una inutile perdita
di tempo. Fu questa forse la sua vera fortuna! Nel campo Inglese venne organizzato
un torneo di calcio in cui potevano partecipare anche i prigionieri. Mio padre
non se lo fece ripetere e assunse il ruolo che gli era più congeniale, quello
di portiere. Era l'unico Italiano in una squadra di Inglesi, ma per lui era
importante solo la passione che lo spingeva a dare il meglio di se. Gli bastava
poter toccare un pallone per dimenticare ogni amarezza. Ancor oggi, alla bella
età di ottant'anni questa passione gli permette di sentirsi addosso la gioia
di vivere. Fu un successo per quella squadra sconosciuta, ma soprattutto per
lui che alla fine della competizione fu portato in trionfo dagli Inglesi stessi.
Dopo alcuni giorni fu chiamato al cospetto del comandante del campo, che gli
chiese se gli sarebbe piaciuto far ritorno in Italia… In qualche modo gli fece
capire che le sue ottime prestazioni calcistiche sarebbero state ricompensate.
Trascorsero ancora alcuni giorni e si sentì chiamare con l'altoparlante; fu
invitato a raccogliere le sue poche cose perché sarebbe stato rimpatriato e
imbarcato alla volta dell'Italia. Poco tempo per rendersi conto di ciò che gli
stava accadendo, tutto avvenne così in fretta che non ebbe la possibilità di
poter rivedere e ringraziare quel comandante, ma dentro di sé sapeva che questa
svolta della sua vita era avvenuta grazie a quel gesto di gratitudine. Lo sbarco
avvenne a Napoli dove raggiunse il suo comando. Da lì iniziò anche la sua storia
di calciatore che lo portò dapprima a giocare ad Arezzo e poi nella squadra
del Padova, città in cui ebbe l'opportunità di militare nel massimo campionato.
Qui mise le sue radici, sposò Dina, una donna splendida sotto tutti gli aspetti,
una donna di grande sensibilità e spirito umanitario. Dalla loro unione nacqui
io e dopo 13 anni ebbi una sorellina. A Padova mio padre costruì la sua fortunata
carriera calcistica come portiere di serie "A". Ciò gli valse notorietà e successo,
ma questa è un'altra storia….

CAPITOLO
2
I nonni
paterni vivevano in una grande fattoria tipicamente friulana che chiamerò "Fattoria
del Sorriso", io ci andavo raramente, generalmente per le vacanze estive e magari
mi trattenevo alcuni giorni per giocare con i cugini pressoché miei coetanei.
Nel Veneto avevo pochi amici, quindi invidiavo molto il fatto che i miei cugini
si potessero ritrovare quando volevano creando così un gruppo compatto ed affiatato,
mentre io potevo vederli solamente poche volte l'anno; stavo davvero bene in
loro compagnia….. Ricordo con tanta tenerezza il nonno paterno, Serafino, a
cui mio padre ora somiglia molto. Ho ancora impressi nella memoria quegli occhietti
grigi, ma profondi e vispi. Un uomo non molto alto, tutto d'un pezzo che sapeva
imporsi e farsi rispettare dai figli anche con la cinghia dei calzoni all'occorrenza.
Per noi bimbi aveva sempre un occhio di riguardo, tanto che mi è stato difficile
credere quando, più adulta, sono venuta a conoscenza del fatto che usasse metodi
così drastici per farsi ascoltare dai figli; d'altro canto erano tempi in cui
certi metodi erano tollerati, erano quasi di rigore per mantenere una propria
impronta dominante e per l'epoca, nemmeno discutibili. Lo ricordo con tenerezza
perché con noi nipoti era scherzoso, allegro, spiritoso e sempre molto generoso;
era un avvenimento quando la sera ci riuniva davanti al grande portone d'entrata
nel cortile per dare a ciascuno di noi qualche soldo, il giusto per fare una
passeggiata in paese alla gelateria artigianale del luogo, la prima che avevo
visto nella mia vita, fino ad allora conoscevo solo gelati confezionati. Ancor
oggi una delle mie cugine, Dolores, mi ricorda con allegria un aneddoto che
allora la fece vergognare di avere una cugina cosi' sprovveduta; una sera il
gelataio mi fece assaggiare un po' di gelato verde al pistacchio, gusto nuovo
per l'epoca ed io dissi che d'accordo, era buono, ma volevo solo quello rosso…
quello "maturo". Mi pareva che quei gelati avessero un sapore diverso da tutti
quelli che già conoscevo… Vago ricordo di un donnone di nonna, Virginia, imponente
non molto dolce, fiera ed austera in quel suo insostituibile abito nero, seduta
sulla panchina in ferro smaltato color panna posta sotto il porticato della
casa, intenta a tagliare l'erba per le oche con l'ausilio di un falcino affilato
e con minuziosa precisione. Spesso la vedevo dirigersi verso il pollaio in muratura
con in mano un grande catino ricolmo di un intruglio non meglio definito che
serviva a sfamare una numerosa quantità di polli. La seguivo incuriosita, poi
la vedevo entrare nel pollaio per uscirne con il grembiule legato in vita, arrotolato
tra le mani a mo' di sacco e tutta fiera mi mostrava le grosse uova ancora calde,
appena "sfornate" dalle riconoscenti galline. Ah! Che dolcezza nel ricordo di
quell'immensa casa patriarcale con tante stanze in cui venivano ospitati figli,
nuore, generi e nipoti… Nonno possedeva diversi campi che davano da vivere a
molta gente del paese, oltre che ai suoi figli con le rispettive famiglie. Era
inoltre il distributore ufficiale dell'energia elettrica del paese, aveva trebbie
con cui lavorava anche per altri contadini, il mulino, una stalla piena di animali,
mucche, cavalli… Ricordo che a cavallo si recava ad Udine quando non vi erano
ancora comodi mezzi di locomozione. Nella fattoria vi era una cantina ben fornita
in cui veniva conservato il vino prodotto, in enormi botti di legno, l'aroma
forte e pungente proveniente da quei tini inebriava lo stanzone. L'unica persona
della famiglia che non gradisce tale nettare è mio padre. Questo suscita ilarità
qui nel Veneto, quando si sente che un Friulano è totalmente astemio di vini
e liquori, tant'è che per scherzare gli dico spesso che forse da bambino deve
averne abusato tanto da starne male. Forse con la sorella Maria avevano anche
"sbevicchiato"… Lui e Maria ne devono aver combinate di marachelle!!! Maria
era la sua complice; era lei che lo aiutava nelle fughe dal lavoro perché si
recasse agli allenamenti di calcio, nonno affidava a loro due dei compiti ben
precisi in modo che mio padre non potesse andare a giocare a calcio nel competto
del paese. Maria si faceva carico anche del lavoro di mio padre purché nonno
Serafino non si accorgesse della sua mancanza. Nello spazioso granaio dove i
bachi da seta trovavano la giusta temperatura per crescere e svilupparsi in
gran numero, zia Maria e mio padre si recavano spesso di nascosto per fumare
una sigaretta in due, senza destare alcun sospetto. Quell'ambiente si adattava
a molti utilizzi, serviva oltre che per deposito di grano, anche per tenere
il fieno che al momento del pasto degli animali della stalla, veniva inforcato
e gettato di sotto attraverso larghe feritoie posizionate sulle pareti. Quand'era
il momento della raccolta del mais, nel granaio con allegria si radunavano in
molti per separare le pannocchie dai "cartocci", nulla andava perduto, questi
ultimi erano utilizzati per confezionare borse per la spesa molto resistenti
che poi venivano colorate sapientemente e con fantasia. Noi nipoti utilizzavamo
il granaio anche come sala giochi o salone delle feste quando diventammo più
grandi, addobbandolo, per le feste di Capodanno o carnevale, con tutta la nostra
creatività, ingegno e gioia di vivere. Abituata ad un appartamento in città,
ero affascinata da quella casa inconsueta, di stampo completamente diverso;
era posta su due piani e le stanze erano molto ampie per accogliere un maggior
numero di letti. All'epoca fine 800, primi 900 le case, per quanto grandi fossero,
erano sprovviste di servizi igienici. Il "bagno" per così dire, era al di fuori
dell'abitazione e consisteva in un fabbricato in muratura, molto piccolo con
una fessura squadrata che lasciava entrare aria e luce, situata nella parte
alta della parete posteriore e uno scalino con un grosso e profondo foro al
centro, che fungeva da toilette. Per lavarsi, ogni stanza era dotata di un ripiano
in marmo con catino e brocca dell'acqua, mentre per poter fare il bagno, nel
cortile era stato costruito, sempre in pietra, sotto la scala del granaio, uno
stanzino, in cui era posizionata una tinozza sempre pronta che all'occorrenza
veniva riempita di acqua calda. Vi erano quattro stanze da letto al piano superiore
ed una al pianoterra sottostante. Un tinello con divani, tavolo e sedie, posto
a pianoterra fungeva da studio per il nonno e lì venivano conservati tutti gli
incartamenti relativi alla fattoria. Nella sala da pranzo, la tavola al centro
della stanza poteva ospitare dieci persone e altrettante potevano essere accomodate
nella grande cucina. Molto spesso la sera intorno al desco erano sedute dalle
quindici alle venti persone; ricordo che al centro di ogni tavola veniva posto
un enorme tagliere in legno con spianata una grande polenta cui tutti i commensali
attingevano tagliandola con un filo sottile. Il profumo pungente e stuzzicante
allo stesso tempo proveniente da quello stanzone a piano terra sempre chiuso
rigorosamente a chiave che mi era concesso visitare solo al seguito di nonno
o nonna mi aveva sempre attratto. Dietro quella porta si nascondevano scaffali
interi pieni di quel saporitissimo formaggio "latteria" che si produceva in
casa nelle vecchie fattorie friulane. Vi erano forme di vario tipo e dai colori
diversi a seconda della ben calcolata stagionatura. E poi quel sottoscala, sempre
chiuso a chiave che lasciava intravedere delle "cose" appese e polverose attraverso
un oblò tondo in vetro retinato… in quel sottoscala… salumi odorosi delle varie
spezie ben dosate penzolavano dal soffitto… Al mattino aleggiava nell'aria il
profumo del caffè ancora fumante, misto a quello del latte munto la sera precedente
e a quello pungente dello yogurt prodotto con i fermenti durante la notte… sapori,
profumi di cose genuine perduti e mai più ritrovati… Nulla come un profumo può
far aprire la porta dei ricordi, flash di qualche attimo in cui era vissuta
la serenità dell'innocenza… Di fianco alla casa, un profumo intenso proveniva
anche dal lungo perticato sotto le cui fronde, nelle calde ed afose giornate
estive si trovava un piacevole ed inebriante ristoro. Il lungo vigneto che fungeva
da enorme ombrellone, era zeppo di uva fragola dagli acini grossi, neri e dolcissimi;
Nel grande cortile, a ridosso del cancello d'entrata, ricordo un gelso immenso
le cui foglie venivano date in pasto ai bachi da seta che ne facevano razzia,
mentre i suoi frutti, quelle more succose erano la gioia di noi bimbi; alberi
da frutto ovunque… pronti a fornire una gran quantità di vasi di marmellate
artigianali di ogni tipo. In fondo al cortile, oltre la stalla, oltre il mulino
si intravedeva un piccolo passaggio tra sterpaglie, ortiche ed alberi da fico…
per me era quasi un passaggio segreto e misterioso… lì… si poteva accedere solo
accompagnati… Era l'ingresso per l'orto e sembrava inespugnabile, veniva lasciato
così perché c'era pericolo per noi bimbi, di cadere nell'acqua del torrente
che delimitava il confine tra l'orto dei nonni e quello di uno degli zii, Giacomo,
ma quel ponticello di attraversamento era davvero stimolante quindi un richiamo
ed un invito ad infrangere tutte le regole. Andare in quella che chiamerò "la
Fattoria del Sorriso" era sempre una festa. La casa rumoreggiava di voci che
parlavano una lingua a me allora sconosciuta e mi sembrava di essere all'estero…
lontanissima da casa… e poi… quella fattoria sempre brulicante di persone!…
Ricordo tanta gente, vista da sempre che si aggirava affaccendata, allegra…
gente che faticavo a mettere insieme nel rapporto di parentela, ma che con gli
anni avevo imparato a collocare in una giusta dimensione. Improvvisamente ripenso
ad una persona che non avevo mai preso in grande considerazione, sapevo far
parte da sempre della coreografia della mia infanzia, ma insignificante per
la mia vita o tale me l'avevano resa gli eventi.

CAPITOLO
3
Da sempre
avevo visto aggirarsi per casa quell'uomo a volte trasandato nell'aspetto, capelli
un po' lunghi e già argentei, ma dal portamento ricercato ed elegante nelle
movenze. Indossava costantemente camicia e giacca, sempre ben pulito, una presenza
comunque in qualche modo un po' inquietante per i miei occhi di bimba, forse
perché così "diversa". Mi avevano detto che era zio Gioacchino e che era malato
di mente, di non badare a lui perché non avrebbe mai fatto nulla di male a nessuno.
Mi raccontarono che un giorno un riccio si era introdotto nell'entrata di casa
e lui dicendo che era un suo amico e che era andato a trovare proprio lui, con
una gran cura e rispetto lo prese e lo portò nell'orto al riparo da ogni pericolo.
Amava gli animali, adorava i bambini, era sempre cordiale, cortese e garbato.
In paese era conosciuto bene e tutti lo salutavano con affetto, era un animo
gentile… anche se mio padre mi racconta che con lui che era il più piccino spesso
si innervosiva per dei nonnulla. Era sempre presente al nostro arrivo e ci accoglieva
con un sorriso, nel momento però in cui dovevo avvicinarmi per salutarlo con
un bacio, provavo un senso di disagio, di timore ma nello stesso tempo se non
ci fosse stato ne sarei rimasta delusa. M'incuriosiva ogni suo atteggiamento,
quel suo modo di essere diverso, sebbene fossi attratta dai suoi modi sempre
molto dolci e teneri; era un uomo di poche parole, almeno per quanto ricordo
io, d'altra parte non erano in tanti a soffermarsi a parlare con lui e per molto
tempo pensavo che non sapesse tenere un gran dialogo… gli sentivo dire solo:
"Come va…" poche parole di convenevolo, con il sorriso tra le labbra… ma forse
erano gli altri che non gli davano grande spazio. A lungo andare mi ero abituata
a quella innocua presenza e mentre crescevo non provavo più quel senso di inquietudine
quando lo vedevo, mai nessuno parlava di lui quindi iniziai a chiedere come
mai fosse così; i nonni mi dissero che era l'unica persona di famiglia che aveva
frequentato l'Università e a pochi mesi dalla laurea s'innamorò di una contessa
decaduta di cui si era invaghito senza però esserne corrisposto. Lui si era
talmente lasciato andare tanto da farne una malattia e ridursi senza più la
voglia di reagire, né stimolato a continuare la vita in un'altra direzione.
Seppi poi che questa "titolata" era anche maestra nel paese dei nonni, con molta
probabilità si erano conosciuti in treno mentre zio studiava e ogni mattina
giungeva in paese per le lezioni quotidiane. Zio Gioacchino immancabilmente
era alla stazione ad attenderla all'arrivo o alla partenza, ormai conosceva
i suoi orari. A tale proposito si racconta un aneddoto un po' singolare e buffo;
un giorno vide un ragazzo che, come lui, corteggiava la "sua" donna e preso
dalla rabbia, in un momento d'ira, raccolse d'impeto la prima cosa che trovò
per strada, dello sterco di mucca, e lo scagliò contro il malcapitato. Non conosco
quale sia stata la reazione di quest'ultimo, ma questa divenne un po' la comica
leggenda del paese. Aveva poi adempiuto all'obbligo del servizio militare come
sottotenente dell'esercito, ma in seguito ad un alterco in cui si dimostrò anche
un po' violento, fu sottoposto ad una visita medica ed esonerato dal servizio
con congedo illimitato. Iniziai ad affezionarmi di più a lui quando crebbi un
po' e per cercare di capire il suo mondo, il suo modo di essere, di vivere,
seguivo con un certo interesse e con gran curiosità il suo comportamento durante
la giornata. Lo si vedeva aggirarsi per casa solo nelle prime ore del pomeriggio,
quando tutti andavano a fare il riposino pomeridiano. Dopo il nostro pranzo
c'era sempre un piatto riscaldato e coperto che lo attendeva, io non mi soffermavo,
seguivo le zie nelle camere anche se non mi andava proprio di dormire, ma temevo
di dover restare sola con zio Gioacchino, non avrei saputo cosa dirgli, non
sapevo che cosa mi avrebbe detto e poi davvero mi angosciava. Nel lettone non
riuscivo a dormire; guardavo sul soffitto le ombre deformate dai raggi del sole
che filtravano dai balconi non perfettamente serrati… Immaginavo, inventavo
sagome che si stagliavano sul soffitto e sulle pareti muovendosi quasi a suono
di musica, probabilmente erano i riflessi delle foglie all'esterno… E poi quell'ombra
d'uomo bislunga e indefinita che sapevo appartenere a zio Gioacchino, che di
tanto in tanto passeggiando nel grande cortile compariva e spariva tra le ombre
frondose. Mi chiedevo come trascorresse le sue giornate, o meglio i pomeriggi,
quando smetteva di misurare in lungo e in largo il cortile. Seppi poi che nelle
giornate estive era solito inoltrarsi in quella sterpaglia attraverso l'orto
e da lì percorrere tutte le proprietà arrivando a casa a sera inoltrata dopo
una lunga ed estenuante camminata. Nelle giornate invernali e rigide si ritirava
nella sua camera… in quella camera in cui non permetteva a nessuno di accedere,
nemmeno per riordinare o pulire. Nonna approfittava nei momenti di sua assenza
per poterci entrare di nascosto, spolverare, rifare il letto, cambiare le lenzuola…
ecco, quando si accorgeva che qualcosa era spostato si arrabbiava brontolando
con tutti e poi pian piano si allontanava borbottando da solo. Lo si sentiva
spesso parlare tra sé e sé, ma nessuno gli dava molto ascolto. Lo osservavo
mentre si avvicinava ad ogni suppellettile posta sui ripiani dei mobili, la
prendeva tra le mani, la esaminava attentamente poi la rimetteva al suo posto
e questo atteggiamento ripetitivo, come se vedesse ogni cosa per la prima volta,
attirava la mia attenzione. Seppi anche che leggeva molto, quotidiani datati,
giornali di vario genere, etichette affisse sulle confezioni ed ogni cosa gli
capitasse di scritto tra le mani. Di tanto in tanto chiedeva che gli venissero
acquistati quaderni grandi e matite colorate, era tutto ciò che chiedeva, forse
tutto ciò di cui aveva veramente bisogno… Si richiudeva in quella camera con
quei suoi piccoli tesori tra le mani, scriveva e disegnava per giornate intere
per poi ammonticchiare gelosamente su un comò tutti i suoi "trattati". Per cena
sedeva con noi e senza mai proferire parola iniziava a raccogliere dal tavolo
con ritmo incessante e ripetitivo, tutte le briciole che via via si formavano
spezzettando il pane fragrante che nonna cuoceva nel forno della grande cucina
economica a cerchioni alimentata a legna. In quelle occasioni ricordo che notai
un particolare inconsueto, lui non si versava mai da bere, prendeva in mano
il bicchiere, ma non riusciva a toccare la bottiglia dell'acqua, se l'etichetta
non era della sua zona, del Friuli, non si fidava, piuttosto sarebbe morto di
sete… Se aveva bisogno di aprire il rubinetto dell'acqua faceva un cenno a qualcuno
in casa che glielo aprisse e richiudesse… non ho mai capito perché. In seguito
mi fu spiegato che rifiutava tutto ciò che per lui rappresentava "modernità"
o ciò di cui non si potesse fidare. Non tutto esattamente, quando fu acquistato
il primo televisore, seguiva con interesse ogni programma e se qualcuno in casa
parlava, cercava di azzittirlo dicendo che di là dal vetro avrebbero sentito
tutto. C'era poi un punto preciso del pavimento del tinello che lui non superava,
non calpestava ed ogni volta che doveva passare di lì, faceva delle grandi acrobazie
rischiando di cadere, come ci fosse stato un muro invisibile a noi o un burrone.
Era come se aggirasse un ostacolo ben preciso, si trattava all'incirca di un
metro e mezzo di pavimento, sempre lo stesso punto che chissà per quale motivo,
a lui non era permesso di calpestare. Anche a questo, a lungo andare si fa l'abitudine,
sono cose che rimangono impresse nella mente soprattutto di una bimbetta. Il
ricordo di bimba era però offuscato nella mia mente, mi fu raccontato infatti
che si comportava così da quando nella cucina era stato posto, sopra al pavimento
di tavole, uno strato di linoleum, materiale a lui sconosciuto o troppo moderno.
Davanti alla cucina economica era rimasto circa 1 metro e mezzo di pavimento
di pietra ed era solo quello che lui calpestava, cercando di non camminare sul
nuovo linoleum che non gli dava affidamento… Anche verso le sorelle aveva uno
strano atteggiamento. Da quando si erano sposate e avevano quindi scelto di
perdere il cognome dei Romano, non accettava più niente che provenisse da loro,
né un regalo, né un dolcetto, niente, come se si sentisse tradito e profondamente
deluso, quasi volesse punirle per una grave colpa. Gli eventuali regali dovevano
essergli dati da altre persone e non doveva mai sapere da dove provenissero.
Il ricordo pian piano se ne va, si dilegua… sparisce per poi riaffiorare confuso
dopo una vita chissà come e perché, forse quando si ha bisogno di rifugiarsi
in quello che sono state da sempre le uniche cose certe…

CAPITOLO
4
Con gli
anni molti dei figli se ne andarono per il loro cammino, tutte le attività della
fattoria andavano via via esaurendosi, i nonni cominciavano ad invecchiare e
a non riuscire più a sostenere una fattoria così estesa, un po' alla volta il
mulino cessò la sua attività l'energia elettrica fu gestita da Giacomo, uno
dei figli. Giacomo viveva con la sua famiglia, moglie e due figli, maschio e
femmina, in una casa adiacente alla "fattoria del Sorriso", separata unicamente
dal canale Ledra che percorre gran parte di quel territorio friulano. La sua
casa era davvero singolare, nella parte anteriore, quella rivolta verso il portone
dei nonni, era a forma di nave, la punta posizionata sul canale che scorreva
su entrambi i lati. La casa è tuttora esistente, anche se lasciata in abbandono
totale ed è ogni volta una pena vederla ridotta in tale stato. Furono venduti
gli animali della stalla, le trebbie e tutto quanto costituiva il patrimonio
che presto si assottigliò vistosamente. I nonni erano davvero benestanti prima
di questo disfacimento. Poche persone della fine 800 potevano permettersi un
periodo di riposo lontano da casa, Ogni anno, immancabilmente, si concedevano
una meritata vacanza e, come due innamorati, si recavano alle Terme di Montecatini
o in alternativa a Porretta Terme. In un mio passato molto recente ho avuto
modo di visitare e vivere in prima persona questi luoghi incantevoli immersi
nella natura, conoscere quei paesini tutt'intorno, arroccati sui monti, dal
sapore dei tempi andati, ma che conservano intatta tutta la loro ricchezza poetica…
ora comprendo quanto possano entrare nell'anima… Proprietà restavano la vecchia
casa colonica, le strutture pure e semplici del mulino, della stalla che divenne
deposito per materiale dell'attività di Fulvio il penultimo figlio, quello per
età più vicino a mio padre e che gli assomigliava come un gemello, tant'è che
quando mi trovavo lontana da casa per un po' di tempo ed avevo nostalgia dei
miei genitori, cercavo zio Fulvio per vedere il volto di mio padre. Tutto si
spense in sordina; alla Fattoria del Sorriso" rimanevano zia Olinda, vedova
con la figlia Antonietta e la nipote Dolores. In tempo di guerra il nonno si
era lasciato convincere ad ospitare e a nascondere nella fattoria un cugino
della moglie di zio Fulvio, il ragazzo, Rino, aveva circa 19 anni e si innamorò
di Antonietta. Il frutto di quell'amore dei vent'anni fu Dolores, ma lui lo
seppe solo dopo, quando la bimba aveva circa 3 anni. I due dovevano sposarsi,
ma probabilmente Rino era troppo giovane per affrontare una tale responsabilità
ed un mattino non lo trovarono, se n'era andato, Antonietta non si sposò mai
più rimanendo a vivere alla fattoria con Dolores e mamma Olinda. Gli anni passarono
e anche i nonni si spensero di vecchiaia, lasciando in eredità la pura struttura
con l'adiacente terreno nonché… la custodia di quel figlio "malato", affidato
alle cure di queste tre donne divenute il punto di riferimento per tutta la
famiglia. Quando si tornava al paese, visita d'obbligo era quella casa in cui
tutti si sentivano a casa propria pur rispettando chi ci abitava a la governava,
ma lì c'è sempre stata la presenza di chi le aveva dato vita… Spesso ci si ritrovava
tutti… come una volta… ma anche se l'allegria era sempre d'obbligo, a momenti
si sentiva nell'aria quel velo di malinconia, di tristezza, la presenza impalpabile
di chi ci aveva vissuto. Zio Gioacchino, pur essendo stato sempre taciturno
e non avendo mai fatto trasparire alcuno stato d'animo, aveva perso il suo solito
sorriso. Anche quel: "Come va…" accompagnato da quell'attimo di luce negli occhi
quando arrivavamo noi dal "lontano" Veneto, aveva perduto ogni colore…

CAPITOLO
5
Ricordo
un pomeriggio d'estate in cui non mi andava proprio di riposare, ero ormai ragazza
e presi a girare nel cortile, mi diressi verso il portone che fungeva da ponticello
sotto il quale scorreva il canale Ledra, mi affacciai dal muretto posto dal
lato della casa di zio Giacomo costruita a forma di nave. Mi soffermai ad osservare
il lavatoio in pietra, i gradini per scendere laggiù erano irregolari; lì le
donne, dopo aver lavato il bucato nella liscivaia del cortile, si recavano per
sciacquare la biancheria nell'acqua corrente del canale. Lungo il corso della
Ledra erano stati costruiti molti di quei lavatoi in pietra ed erano molto suggestivi,
ora non se ne vedono più. Proseguii la mia solitaria perlustrazione inoltrandomi
verso quell'orto inespugnabile per ritrovare ricordi… sensazioni del passato,
ora potevo permettermi di violare quel divieto; assaporavo i profumi dell'orto,
mi soffermavo a guardare ogni singolo filo d'erba, i colori dei fiori campestri,
estasiata da quella forma di libertà… ogni tanto il cri…cri… di una cicala,
qualche alito di vento… respiravo a pieni polmoni quel soffio di vita, l'orto
ora non mi sembrava più così immenso come lo vivevo da bambina, tutto intorno
aveva preso le sue reali dimensioni. Abitando in città, raramente mi era possibile
godere di questa forma di libertà e quand'anche lo fosse stato, sarebbero stati
luoghi senza passato. Soppesavo i miei passi quasi a non voler violare quell'equilibrio
naturale, in religioso silenzio per assaporare ogni suono che la natura intorno
volesse regalarmi. Improvvisamente mi accorsi che qualche lacrima irrigava il
mio volto per finire tra le pieghe di quel sorriso che mi sentivo stampato addosso…
ero pervasa da una dolcezza infinita…poteva essere felicità… ed era mia… Un
calpestio sordo dietro me ed ebbi un lieve sobbalzo, mi girai e vidi zio Gioacchino,
gli andai incontro per la prima volta con tenerezza, lo abbracciai di un abbraccio
spontaneo e sincero, ed iniziai a parlare con lui, non so di cosa, non ricordo,
so solo che per la prima volta gli stavo parlando senza imbarazzo. A poco a
poco mi accorsi che avrei voluto entrare in punta di piedi nel "suo" mondo per
cercare di capire questa persona misteriosa nel suo intimo, in quel momento
abbandonai ogni logica e cercai di mettermi al suo livello, per parlare la sua
lingua… in certi momenti non dovevo usare la ragione per seguirlo… mi sarei
persa. L'ascoltavo, sembrava avesse molto da dire, forse per la prima volta
qualcuno gli dava "udienza", s'interessava a lui e questo lo portò ben presto
a manifestarmi la sua gratitudine rendendomi partecipe dei suoi "segreti". Il
mio interesse era stato sollecitato a tal punto da chiedermi se volevo vedere
di cosa si occupasse quando si ritirava con i suoi "trattati". Avevo di certo
meritato la sua fiducia, tanto che mi permise di accedere a quella stanza che
rappresentava il suo mondo e di cui era così geloso. Non si trattava della sua
stanza da letto, era il tinello che i nonni avevano lasciato per lui per le
grigie giornate invernali ed ora che loro non c'erano più era diventato definitivamente
il suo "studio" privato. In quel momento mi sentii una privilegiata, un po'
timorosa, ma pur sempre privilegiata. Provai una certa emozione entrando nella
stanza in cui dalla scomparsa dei nonni non avevo più messo piede. Forse non
ricordavo o forse da bambina non avevo fatto caso a ciò che vi era nelle pareti,
negli angoli, praticamente nella stanza. Appena entrai vidi quell'immensa foto
dai contorni sbiaditi che stava appesa alla parete di destra; una foto raffigurante
la famiglia al completo, nonno e nonna attorniati dai dieci figli. Ad uno ad
uno cercai di individuare chi fossero, il più piccino in braccio al nonno era
senza dubbio mio padre che all'epoca poteva avere si e no 3 anni. C'erano nella
foto anche i tre zii che non avevo mai conosciuto perché già adulti, ma ancora
molto giovani, erano morti in circostanze drammatiche: uno, Giovanni, morì di
meningite, malattia che allora non lasciava speranze, nemmeno papà ricordava
di averlo conosciuto; Aldo già coniugato, aveva un figlioletto piccolo e la
moglie era in attesa di un secondo bambino, durante una battuta di caccia fu
colpito a morte, non si conoscono i particolari; il terzo, Gelindo, celibe,
era aviatore e si è schiantato con il piccolo velivolo che pilotava, durante
l'ultimo volo che avrebbe effettuato; all'epoca non vi era modo di comunicare
tra un aereo e l'altro e vedendo che un altro pilota stava per sorvolare una
zona "proibita", cercò di segnalarlo effettuando una manovra azzardata, ma ebbe
una collisione con un'ala dell'altro aereo, per zio Gelindo fu fatale. In un
angolo della stanza vi era come cimelio una parte dell'ala dell'aereo su cui
aveva avuto l'incidente. Tutt'intorno altri ricordi, una stretta al petto, qualche
lacrima sul volto e una profonda tenerezza accompagnavano quegli attimi di intensa
emozione. Tornai alla realtà quando zio Gioacchino, con entusiasmo cercò di
attirare la mia attenzione sui suoi lavori. Quaderni, ritagli di quotidiani,
penne, matite colorate ovunque. Certo la curiosità che da sempre mi aveva procurato
quel suo ritiro misterioso, stava per essere soddisfatta. Mi resi conto però
che non si trattava più solo di pura curiosità, ora volevo cercare di capire…
capire cosa potesse scaturire da una mente malata, contorta qual era la sua…
Prese in mano un pacco dei suoi trattati, mi sentivo strana, emozionata, ansiosa
ed incuriosita.

CAPITOLO
6
Con religiosa
apprensione stetti in attesa delle sue spiegazioni preliminari; mi disse che
nei suoi lavori aveva rappresentato l'albero genealogico della famiglia partendo
dai suoi bisnonni… In ogni quaderno la famiglia era raffigurata in forme diverse,
vi era il classico albero con tanti rami che riportava i nomi di tutti i componenti
e discendenti, oppure a cerchi concentrici in cui era posto al centro il nome
del nonno e per ogni cerchio in aggiunta, i nomi dei figli con i rispettivi
figli; altre volte ancora era raffigurato a settori ed ogni spicchio aveva il
suo colore ed il suo capostipite con tutti i nomi dei discendenti. A fianco
di ogni rappresentazione grafica vi erano spiegazioni scritte, annotazioni in
una calligrafia minuta, ma composta e ordinata, frecce colorate partivano dagli
scritti per andare ad indicare vari settori dei grafici. Un po' alla volta,
attraverso le spiegazioni di zio Gioacchino, mi parve di poter entrare davvero
in un mondo nuovo ove tutto aveva una sua logica collocazione, mi pareva di
riuscire a seguire ragionamenti contorti che ora non saprei riportare. Uscii
da quella stanza dopo circa due ore, ero un po' frastornata, ero però contenta
per averlo reso felice, contenta di avergli prestato attenzione, di averlo fatto
sentire importante, ma convinta che nella sua mente tutto fosse molto più chiaro
di quanto non lo fosse nella mia, tanto da pensare che forse ero io a non avere
abbastanza conoscenza né discernimento per poter competere con lui. Di tutto
quel discorso "logico" mi rimase in mente una parola ricorrente che usava nelle
sue spiegazioni, ma a cui non sapevo dare un significato. Diceva che noi tutti
eravamo "Quiriti" e inizialmente pensavo si trattasse di un metallo, confondendolo
forse con la pirite, non gli avevo chiesto delucidazioni in merito, davo per
scontato e logico tutto ciò che proferiva. Molte volte mi ero ripromessa di
cercare l'eventuale significato di quella parola, ma si sa, basta rientrare
nella propria realtà per dimenticare i buoni propositi e così il tempo passò
… e il "Quirite" si collocò tra i miei ricordi. Il giorno in cui seppi della
sua morte, parecchi anni dopo, ricordai con tenerezza quel pomeriggio e alla
mia mente affiorò la parola "Quirite"; andai a cercarne sul dizionario il significato,
mi pareva che così facendo avrei potuto in qualche modo stargli un po' vicino
e rendergli omaggio in quel giorno della sua dipartita. Ammetto la mia ignoranza,
ero quasi convinta di non trovare il significato di quel termine credendolo
frutto della sua mente malata… Rimasi esterrefatta quando lessi che si trattava
del popolo romano dedito al culto degli Dei. Da una ricerca un po' più approfondita
scopersi che nell'antica Roma i Quiriti erano coloro che si attenevano al principio
fondamentale della "Pax Deorum", cioè la pace con gli Dei. Era davvero la religione
di Stato dell'Antica Roma. In quel momento mi resi conto che ero davvero una
persona mediocre, mi sentii in colpa per aver sottovalutato zio Gioacchino e
la sua cultura. Lessi che non solo i privati cittadini, ma lo stesso Stato Romano
avevano un culto da rispettare per poter essere in pace con gli Dei. La naturale
conseguenza di questo credo, faceva sì che tutti fossero in pace con gli altri,
se così non fosse stato significava che non era stata seguita la "via degli
Dei". Ogni "credente", perciò, si identificava con il cittadino romano, "cuies
romanus" o, più precisamente, il Quirite Romano. Ecco, vi era davvero una connessione
logica scaturita dalla mente di zio Gioacchino, lui aveva associato la definizione
di "Quirite" al cognome della nostra famiglia… "Romano".

CAPITOLO
7
Dopo la
morte dei nonni ritornavo sempre più raramente alla "Fattoria del Sorriso",
nel frattempo ero cresciuta, mi ero sposata, avevo avuto un figlio e la mia
vita mi permetteva di recarmi al "sorriso" solamente per qualche visita in giornata.
Non ebbi più il tempo, né l'opportunità di parlare a lungo con lo zio, la mia
vita era divenuta frenetica, densa di responsabilità e di altre cose a cui pensare.
Anche tutti gli altri cugini si formarono la loro famiglia che li portò in giro
per l'Italia, qualcuno anche in America, non ci fu più la possibilità di trovarsi
di frequente. Come già dissi, unico punto di riferimento della famiglia rimanevano
zia Olinda che ci lasciò nel 1973, e Antonietta con la figlia Dolores. Anche
Dolores si sposò ed ebbe una bimba, Jessica, nello stesso anno in cui nacque
mio figlio Marco. Il marito di Dolores, Renato, è un uomo ammirevole che fu
di grande aiuto in tutte le cose pratiche che necessitavano quando andò a vivere
al "sorriso". Si prese cura da subito delle "sue" donne, suocera compresa. La
cosa può far sorridere pensando alla concezione comune che si ha della suocera,
ma Antonietta era una donna davvero molto particolare…oserei dire speciale,
amata da tutti, parenti e paesani. Era ammirevole in quanto crebbe la sua bimba
con coraggio, senza più pensare ad una sua vita privata, né al giudizio dei
compaesani. Per quell'epoca non era davvero facile sostenere il ruolo di ragazza
madre, specialmente in un paesino così piccolo. In quel paese vi era una grossa
caserma per militari di leva e Antonietta per mantenere se stessa e Dolores,
lavava e stirava la biancheria dei militari e degli Ufficiali che vi prestavano
servizio. Era molto brava anche nell'usare l'ago, arrotondava le entrate ricamando
splendide parure di lenzuola e tovaglie con invidiabile maestria, ogni lavoro
uscito da quelle mani diveniva ricco e prezioso. Era davvero un'istituzione
nel paese, seppure a volte un po' polemica e brontolona, sapeva farsi amare
da tutti per la sua grande bontà d'animo, per la sua costante ilarità nonostante
le vicissitudini, per il suo modo splendido di sdrammatizzare le situazioni,
per l'autoironia e per il suo grande senso di ospitalità. Era un'ottima cuoca,
e lo si vedeva anche dalla sua "imponenza", sempre disposta ad ospitare amici
e parenti che apprezzavano di buon grado la sua cucina varia e saporita. Più
volte ho cercato di carpirle qualche segreto culinario per poter fare a mia
volta una bella figura con i miei eventuali ospiti. Una ricetta del suo particolare
"tiramisu" sta tuttora allietando il palato di miei commensali che lo trovano
davvero singolare. Grazie a lei la casa al "sorriso" continuava ad essere sempre
piena di gente e di allegria. Ricordo che ci si riuniva parenti ed amici anche
fino a tarda notte per giocare a carte, trascorrere ore spensierate e gustare
dolci particolarmente prelibati sfornati dalle generose mani di Antonietta.
Fu proprio a lei che chiesi come lo zio Gioacchino fosse diventato "strano",
se fosse stato davvero a causa di quell'innamoramento di ragazzo. Da bambina
avevo molto sognato su quella fantastica storia d'amore. Mi chiedevo se davvero
questo sentimento potesse essere talmente forte da scombinare una mente per
tutta una vita Fu così che seppi la verità, ben più "tangibile" e meno fantastica.
Zio aveva contratto una malattia venerea che prende i centri nervosi del cervello.
Si sa che ora ci sono idonee cure che permettono di guarire completamente da
una tale malattia, ma anche allora, se fosse stato curato tempestivamente avrebbe
ottenuto dei grossi risultati. A quei tempi la vergogna che poteva colpire l'intero
casato era considerata più deleteria della malattia stessa, ma può questo senso
di vergogna condannare un essere umano a vegetare per tutta la vita? E' davvero
inquietante pensare che una società con una mentalità comune potesse all'epoca
stabilire il lecito o l'illecito, potesse influire sulla vita di una persona,
tanto da determinarne il diritto di "vita o di morte", molto spesso la morte
morale è peggiore di quella fisiologica. Quante volte capita di rovinare una
vita per i malsani pregiudizi di una società!!!

CAPITOLO
8
Da quando
i nonni non c'erano più indubbiamente mancava una figura maschile che si occupasse
di tutte le pratiche burocratiche e formali, nonché delle cure necessarie che
richiedeva una casa così grande ed articolata, Renato era proprio la persona
giusta che sa essere sempre presente in ogni circostanza e che si è integrato
totalmente e in maniera quasi invidiabile in tutto questo contesto. Il lontano
6 Maggio del 1976 segnò un drammatico evento anche per la "Fattoria del Sorriso".
Il terremoto del Friuli la colpì in maniera irreparabile. Era l'unica casa del
paese che riportò seri danni, tanto da essere dichiarata inagibile. Si erano
creati dei grossi squarci, dall'alto fino a pianoterra ed erano di circa 30
centimetri di larghezza, tanto che Antonietta, Dolores, la piccola Jessica e
Renato furono costretti a riparare in una grande tenda da campo offerta dall'esercito
locale che fu piazzata nel grande cortile del "sorriso". Zio Gioacchino non
volle abbandonare la vecchia casa padronale, continuò ad abitarvi da solo, gli
teneva compagnia solamente un vecchio gatto randagio, spennacchiato e malaticcio
che si era impadronito di un riparo all'interno della casa diroccata e che si
faceva avvicinare solo da lui per carpirgli qualche tenera carezza. Le prioritarie
necessità della famiglia non permettevano di pensare alla cocciutaggine dimostrata
dallo zio, nel voler comunque rimanere in quella casa pericolante, seppure si
potessero comprendere i motivi affettivi che legavano lo zio a quella drastica
scelta. Era triste pensarlo lì, era quasi abbandonarlo al suo destino, ma qualsiasi
argomentazione logica non lo smosse dalle sue decisioni, tanto che, per il vitto
si ricorse ad un ristorante vicino che a mezzogiorno e sera gli portava un pasto
caldo. Di tale spesa se ne fecero carico in solido tutti i fratelli maschi.
Non si poteva permettere che Antonietta continuasse a provvedere anche a questa
incombenza date le precarie condizioni in cui viveva in quel frangente. I tempi
che seguirono furono molto frenetici, certo, ci volle un grande senso di adattamento
per poter vivere in quella grande tenda da campo. La bella e calda stagione
che seguì, permise di adattare ad alloggio temporaneo il vecchio mulino. Ci
volle molto lavoro, costanza e sacrificio, ma prima dell'autunno il mulino era
stato reso provvisoriamente abitabile, e davvero accogliente. Anche zio Gioacchino
diede il suo contributo in quella situazione drammatica, era amante del bimbi
e a lui fu affidata Jessica, che allora aveva solo sei mesi, mentre venivano
svolti i lavori di restauro. Con amorevole cura prendeva la bimba seduta nel
passeggino e l'accompagnava a passeggio per il paese o nel grande cortile, borbottandole
chissà quali fantastiche storie e intonando di tanto in tanto qualche dolce
melodia. Molto spesso in quel periodo, quando il ristorante portava il suo pasto
caldo, chiese a Dolores di scambiare quel cibo con qualche minestra calda più
leggera, quelle che venivano preparate per Jessica. Antonietta e Dolores erano
ben contente di poter fare qualcosa anche per lui, ma egli non desiderava sentirsi
in debito con nessuno, quindi pretendeva che tenessero per loro il pasto del
ristorante. Un grosso pensiero sarebbe stato quello di convincere zio Gioacchino
a trasferirsi definitivamente al mulino, non ne veniva fatta menzione per non
anticipare quella che per lui sarebbe stata solo un'inutile, preventiva sofferenza.
Ci avrebbero pensato nel momento in cui non sarebbe stato più possibile rimandare
una tale decisione. Ma lui no, lui non avrebbe mai accettato, non avrebbe sopportato
quel distacco.

CAPITOLO
9
Erano
alcuni giorni che Zio Gioacchino non faceva lunghe passeggiate, si limitava
ad uscire per prendere una boccata d'aria, ma non se la sentiva di camminare
a lungo. Non aveva più inoltre un posto dove rifugiarsi con i suoi "trattati",
con le cose che prima avevano riempito la sua vita. Lo studio era squarciato
dall'alto al basso e attraverso quello squarcio si poteva intravedere tutto
ciò che avveniva all'esterno, era davvero uno spettacolo desolante. Zio Gioacchino
appariva stanco, affaticato, soprattutto disorientato; tutto ciò era comprensibile,
la situazione precaria in cui verteva tutta la famiglia, non lasciava il tempo
di rendersi conto dello stato di salute dello zio che peraltro non proferiva
parola. E' stato chiesto più volte se avesse bisogno di un medico, visto il
rifiuto del cibo consueto, ma egli rispondeva che era solo qualche disturbo
di digestione e disse che "il male, com'era venuto, doveva uscire dalla finestra".
Quella sera tutti gli diedero la buonanotte come di consueto e lo videro ritirarsi
in quella "casa " ormai diroccata. Al mattino seguente Antonietta, com'era solita
fare, entrò in casa con il caffè fumante, lo chiamò più volte, ma non ottenne
risposta. Salì titubante i gradini che portavano alla stanza dello zio, una
strana sensazione la pervase, qualche brivido… e poi quel silenzio assoluto,
quasi assordante in cui sentiva solo il suo passo greve e il ritmico battere
del suo cuore che già presagiva… Lo zio era lì, steso sul suo letto, immobile,
pallido si, ma il volto era sereno, quasi sorridente. Non era solo, un amico
sincero gli stava accanto, quel gatto randagio che si faceva avvicinare solo
da lui, era lì e lo aveva assistito in quegli ultimi respiri e non si mosse
per tre giorni dopo che quel corpo era stato portato via. Gioacchino se ne era
andato, in punta di piedi,… se ne andò senza una parola, senza un lamento… così,
in silenzio, come in silenzio era stata la sua sterile, inutile vita… Ma chi
sono io per affermare che la sua vita fu inutile, sterile? A chi è dato il poter
formulare giudizi su una vita comunque vissuta? Molto spesso ci si permette
di esprimere delle affermazioni che a prima vista potrebbero sembrare logiche…
ma nessuno conosce il disegno che sta dietro ognuno di noi. Le nostre conoscenze
soprannaturali sono limitate, i nostri credo, confusi, le nostre menti troppo
prese dalla routine della vita per dare tempo e spazio ad una ricerca spirituale
in cui ognuno di noi possa ricercare e trovare delle risposte. Io sento che
comunque la vita di Zio Gioacchino non è stata vana, non avrei mai creduto di
raccontare un giorno la sua storia, infondo… che c'era da raccontare? Non pensavo
che proprio lui mi avrebbe permesso di rivivere un passato, di ritrovare sensazioni,
emozioni dell'infanzia, che proprio lui avrebbe saputo darmi quegli attimi di
serenità che da tanto tempo sentivo la necessità di provare e che nessuno finora
era riuscito a darmi… Gioacchino, lui ci è riuscito…

Capitolo
10
Qualche
tempo fa sono ritornata lassù alla "fattoria del sorriso", mio padre ottantaduenne
da qualche anno mi chiedeva di accompagnarlo per la festa di S. Marco, ma presa
com'ero dalla mia vita non avevo mai trovato la sensibilità per privarmi di
una mia giornata per renderlo felice. Quest'anno mi sono proposta di accompagnarlo
perché probabilmente i ricordi erano entrati talmente nel mio quotidiano, tanto
da farmi comprendere quanta potesse essere pungente la sua nostalgia, la sua
necessità, in età così avanzata, di ritrovare le emozioni della sua gioventù.
Questa esperienza mi ha arricchito più di quanto pensassi. Inizialmente mi sentivo
felice perché vedevo mio padre radioso… lungo tutto il viaggio in macchina,
come un bimbo assetato di sensazioni, si riempiva gli occhi e il cuore di immagini
che lo riportavano indietro negli anni… parlava, parlava… "…qui venivamo in
cavallo col nonno a prendere le vigne per gli innesti… qui ho trovato i miei
genitori quando dopo tanti anni mi sono venuti incontro dopo la prigionia…ecco,
vedi qui… ricordi che siamo venuti insieme quand'eri ragazza e si è fermata
la macchina… e abbiamo dovuto fare l'autostop?…. Questo fiume si chiama "Cormor"
perché qui corre e muore…" e ancora: "… questo è il paese di mia mamma e mio
padre faceva in bicicletta tutta questa strada per venirla a trovare … ecco,
ci siamo quasi… lo vedi il campanile? Quando vedo da lontano il campanile so
che tra pochi chilometri siamo arrivati… vedi? Non dimentico niente, è vero
che sono vecchio, ma non dimentico niente…" "Ecco, ora ci siamo… pensa… qui
c'era la mia vecchia scuola, ma guarda, è ancora così e… lì, guarda, lì… il
campo da calcio dove mi allenavo… quanti ricordi!!! Com'è tutto cambiato da
allora e… quanto ancora è tutto uguale!!!…" Gli si leggeva l'emozione negli
occhi e nella voce ad ogni frase che pronunciava. Erano cose udite centinaia
di volte, mi ero quasi stancata di sentirle e risentirle con la stessa sequenza…
ma questa volta c'era qualcosa in più, non so se la mia disponibilità ad ascoltare
col cuore anziché con l'udito o la presa di coscienza che data la sua età avanzata
potrebbe essere ogni volta l'ultima volta… Ero felice, felice di avergli donato
l'opportunità di rivivere quelle forti emozioni, si sa, gli anziani provano
gioia solo nella malinconia dei ricordi e non nella vita di tutti i giorni;
ero davvero felice della sua felicità e di tanto in tanto lo abbracciavo con
tenerezza o gli stringevo la mano. Quel giorno fummo ospitati a pranzo da Dolores
e Renato che per l'occasione avevano invitato parenti ed amici che non vedevamo
da molto tempo, avevano imbandito una grande tavola sotto il porticato di casa
e festeggiato con grande allegria. La loro abitazione era stata ricostruita
dopo il terremoto, lì dove un tempo c'era quella dei nonni. La struttura è rimasta
la stessa, ma la disposizione interna non ricorda assolutamente quella precedente,
d'altra parte cambiano i tempi, gli usi, i gusti, in base anche alle esigenze
di una famiglia attuale. Il porticato allora non c'era, ma lì sotto rividi la
vecchia panchina in ferro, ridipinta ora di verde, ove nonna era solita tagliuzzare
l'erba per le oche. Alla vista di quella panchina anche a me si aprì la porta
dei ricordi più intimi e profondi; avvertii l'esigenza di restare un po' da
sola con me stessa per assaporare delle sensazioni che si facevano pressanti.
Volli ritrovare i luoghi, gli angoli del "Sorriso" che mi erano stati così cari.
Chiedendo scusa a tutti, lasciai mio padre in buona compagnia, lo vedevo ridere
e scherzare, ma a me ora non bastava più. Mi avventurai da sola ed iniziai a
passeggiare per il "grande cortile" che ora non mi sembrava più così grande
come allora. Cercavo di esplorarlo palmo a palmo, nella speranza di ritrovare
sensazioni, vibrazioni del passato. Rividi l'immenso gelso, quello era sempre
così immenso, posai lo sguardo sulle sue fronde maestose, le sue more in gran
quantità ancora acerbe, i suoi rami erano colmi di foglie nuove di un verde
brillante e rigoglioso di vita. Cercai di ritrovare il "visibile", ma era rimasta
ben poca cosa. Dal muretto di cinta mi protesi per vedere il fiume Ledra, ma
da quella parte il suo corso era stato deviato ed ora ci sono solo sterpaglie
nate disordinatamente qua e là… volevo vedere la ruota sul retro del mulino…
è rimasto solo il solco in muratura dentro cui roteava, della ruota non vi era
traccia. Ora il vecchio mulino è divenuto un rustico molto bello, singolare,
curato con ricercatezza sapiente e molto grazioso, abitazione del cugino Duilio,
figlio di zio Fulvio, unico fratello di papà ancora in vita. Proseguii verso
quell'orto che ora più che mai è inespugnabile, una rete di recinzione… non
ci fu modo di accedervi… il cuore andava sempre lì… è tuttora un passaggio "proibito".
Girai lo sguardo e mi diressi dove prima c'era la stalla, sono rimaste solamente
due colonne diroccate a segnarne la delimitazione, né muro, né soffitto… del
granaio non è rimasto nulla, solo il suo sottoscala che fungeva da bagno è per
metà ancora in piedi su tre lati… qualche pezzo di muro qua e là, qualche porta
di legno mezza divelta e una finestra sprangata con travi trasversali, ma da
cui filtra la luce dell'assoluto vuoto retrostante… Quanta emozione! Quanta
tristezza!!! Seguendo il corso dei miei pensieri ripresi a perlustrare ogni
angolo… Passo dopo passo mi ritrovai oltre il cancello d'entrata… sulla strada
provinciale. Ricordai che vi era un bar, l'albergo, il ristorante, tutto in
un'unica struttura, unica gestione, quello che forniva i pasti caldi a zio Gioacchino…
…Molte volte da adolescente mi ero avventurata in serate danzanti che si tenevano
nel selciato del ristorante nelle calde sere delle domeniche estive. Anche quel
complesso è rimasto nel più completo abbandono… mi pareva di udire in lontananza
le note di un walzer viennese mentre osservavo l'unica cosa "viva", un magnifico
glicine in piena fioritura… sembrava volesse dirmi che la vita esisteva ancora…
che i ricordi tengono viva l'anima. Altri pochi passi nella direzione opposta
ed iniziai a costeggiare la casa a forma di nave di zio Giacomo. A "prua", lì
dove un tempo vi era uno splendido giardino con tanti fiori, una vasca di pesci…
tartarughe che passeggiavano libere sotto ai cespugli, ora vi è una giungla
e tutto è irriconoscibile. Osservando con più attenzione mi accorsi che oltre
la recinzione si protendevano dei rami che quasi volevano sfiorarmi offrendomi
i loro fiori e i loro frutti. Un albero di nespole si era proteso verso il marciapiede
adiacente alla recinzione, oltre "la Ledra", mentre un roseto fiorito faceva
sfoggio delle sue magnifiche rose dai colori brillanti; anche il roseto sembrava
sporgere per dar prova di quanta forza vibrante vi sia nella natura che continua
incessantemente a riproporre la vita seguendo il ritmo naturale delle stagioni.
Proseguii il mio cammino quasi attratta da una calamita invisibile, osservavo
ogni cosa intorno con un sorriso stampato addosso per l'emozione di quella ricerca
esterna ed interiore. Mi ritrovai davanti ad un minuscolo sentiero… mi avventurai
leggermente in salita guardandomi intorno. Mi sembrava di essere giunta in un
paesaggio incantato… sembrava quasi una minuscola foresta vergine… fui presa
dalla curiosità e continuai a camminare senza rendermi conto che stava cadendo
qualche goccia di pioggia, ma no, non volevo fermarmi, non volevo tornare alla
realtà... Eppure quella era … realtà. Giunsi in un punto oltre il quale non
era possibile procedere, la boscaglia si era fatta davvero troppo fitta. Mi
misi a contemplare estasiata quell'angolo immerso nella selvaggia natura, stavo
per fare ritorno quando un brivido mi assalì… Seminascosto dai rovi mi parve
di riconoscere qualcosa… che mi suonava familiare, ma si… quel muretto basso
basso… non un appiglio…era proprio lui… il ponticello… si, proprio quello che
non mi era permesso attraversare da sola da bambina, quello che congiungeva
l'orto del nonno con quello di zio Giacomo… Ero dunque arrivata al "mio orto",
l'avevo riconosciuto, era ancora lì, proprio davanti ai miei occhi e dentro
di me… attimi di forti emozioni, di sensazioni ed un turbinio di ricordi… in
quel preciso istante riuscivo a percepire, a rivivere pure gli stati d'animo
che avevo provato da bambina… Ero felice di quella scoperta, era dunque sempre
stato accessibile anche da un'altra parte e non l'avevo mai saputo…!!! Ora la
pioggia si faceva più fitta, ma io sorridevo felice, quando me ne resi conto
cercai di fare ritorno accelerando il passo, ma la magia di quei momenti prendeva
il sopravvento, rallentai di nuovo e lasciai che la pioggia m'inebriasse, mi
beavo assaporando ogni attimo e quello era davvero un soffio di vita intenso
che non volevo svanisse brevemente. Rientrando al "Sorriso" non riuscivo più
a distinguere le gocce di pioggia dalle lacrime di gioia intrise di tenerezza
che rigavano il mio viso… tra quelle lacrime mi parve di rivedere tutto intatto,
com'era allora… di udire un vociferare… pian piano il cortile riprendeva vita…
rividi la gente allegra aggirarsi gioiosa e indaffarata… rividi il sorriso del
nonno sotto quell'enorme cappello e i grandi baffi arricciati all'insù… e quegli
occhietti azzurri e vispi che mi indicavano un punto preciso del cortile… lì
rivolsi lo sguardo incredulo e mi parve di vedere lui… zio Gioacchino che sorridendo
e con passo lento, ma deciso si dirigeva verso di me e quando mi fu a pochi
passi mi sussurrò… "Come va…". Attendevo il suo abbraccio, ma non giunse… Mi
girai verso la panchina per ritrovare nonna intenta a tagliare l'erba per le
oche, ma la panchina ora era "verde"… tutto si ridimensionò… l'unico vociferare
era rimasto il crepitio dei miei passi nel cortile… rientrai in casa e corsi
ad abbracciare mio padre che attorniato dalle persone care, ancora parlava animatamente
e felice,… quella era davvero l'unica realtà…
Fine
